Come chiamare un’attività  svolta per 6 ore al giorno, per 20 anni della propria vita, i cui risultati vengono resi noti in una comunità  di interessi che condivide con voi iniziative, etica e passione? àˆ forse un lavoro, un mestiere, un hobby? Per molti ethical hacker si parla di 10.000 azioni nel corso della propria “vita professionale”.

Il recente studio elaborato nel contesto dell’Hacker Project Profiling guidato da Raoul Chiesa, parla di un 35% degli hacker che svolge attività  per 4-6 ore al giorno, un 11% per 7-10 ore e un altro 11% che si applica anche oltre le 10 ore al giorno. Per alcuni è un lavoro codificato, pagato, richiesto dallo stesso mercato. Per altri no.

Ricordo che alcuni anni fa intervistai due ragazzi a libro paga di una società  informatica il cui ruolo era quello di eseguire penetration testing. Fecero saltare più di una testa dei security manager delle aziende prese sotto esame. Fabio Ghioni, il chief technical officer di Telecom a capo del Tiger Team che spiava gli affari del Corriere della Sera, si faceva chiamare “manager hacker”. Livelli gerarchici. Modi di concepire l’hacking.

Oggi ne parlo in un articolo su Apogeonline.com e a seguire qualche spunto di riflessione sul panorama hacker si trova anche nell’intervista a Raoul Chiesa.

Qualche rapida segnalazione sul tema delle bacheche aziendali o istituzionali. Luogo di scambio di informazioni o di spazio di protesta? Su OneMoreBlog, Mario segnala il caso di un “messagio indesiderato” apparso negli spazi pubblici dell’Università  di Torino. Rappresentanti di Comunione e Liberazione che manifestavano lo sconcerto per la discussione sui Pacs (chissà  che diamine c’entra la bacheca di lavoro).

Via Salgalaluna, blog di Lorenzo Cassata [che segnalo anche perché raccoglie dei gran bei link sul mondo del lavoro], sono arrivato anch’io a notare il fatto che sul Forum predisposto dal Dipartimento della Funzione pubblica sul tema del lavoro nella PA i dipendenti delle nostre amministrazioni non parlino d’altro che della sanatoria per i lavoratori precari.

C’è invece chi la bacheca la considera un supporto di lavoro individuale per sostituire le e-mail impersonali. L’impressione confrontando i tre casi è che più aumenti la vicinanza del supporto di discussione, maggiore sia la possibilità  di manipolarlo per veicolare informazioni utili allo svolgimento del lavoro. Più diventa impersonale il mezzo, invece, più ideologica si fa la discussione appesa in bacheca.

Tito BoeriIn molti ritengono che un salario minimo nazionale sia necessario per dare trasparenza al mercato del lavoro e combattere lo sfruttamento. C’è chi, come Philippe Van Parijs e Yannick Vanderborght, parla addirittura di “reddito minimo universale“, sostenendo la superiorità  di un reddito di cittadinanza individuale, universale e incondizionato, erogato dalla comunità  politica a tutti i suoi membri, rispetto a ogni altra forma di welfare.
Così anche Tito Boeri in un recente colloquio che ho avuto con l’economista, parlando di azioni di contrasto contro il lavoro nero (articolo in formato .PDF) in Italia:

[..] occorre realizzare formule di contrattazione decentrata sul costo del lavoro, introducendo un “salario minimo nazionale”. Questo doppio binario aiuterebbe a decentrare la contrattazione e darebbe un riferimento certo ai lavoratori anche nel sommerso, incentivandoli a ripristinare le condizioni di regolarità  per tutelare i propri livelli retributivi. Sarebbe opportuno legare questa operazione anche a sussidi per i salari più bassi o incentivi condizionati all’impiego, come esistono in altri Paesi, che siano sopra il livello del salario minimo [..]

Va fissato cioè un tetto minimo, pubblico, noto a tutti, che rappresenti la base sotto la quale non è economicamante, civilmente e socialmente accettabile andare. E che sia il punto di partenza per ragionare su meccanismi di emersione e incentivazione. Non è un reddito di cittadinanza (Cfr. la distinzione fatta durante l’intervista), ma un parametro che inquadra il salario minimo di chi opera in Italia e vuole che sia riconosciuto un inquadramanto lavorativo degno di questo nome.