Eccellere Business CommunityL’intervista concessa a Eccellere Business Community a firma di Nicolò Occhipinti. La riporto per intero ringraziando Eccellere che l’ha diffusa con licenza Creative Commons.

 

Vita da freelance: i lavoratori della conoscenza e il loro futuro
Chi sono i lavoratori professionali e autonomi oggi e in quali condizioni psicologiche lavorano nell’attuale contesto di mercato? Ne abbiamo parlato con Dario Banfi, autore del libro “Vita da freelance”.

 di Nicolò Occhipinti

dario banfi
Dario Banfi,
giornalista e consulente in comunicazione, autore del volume “Vita da freelance”

Hanno un’età  media di 32 anni, cercano maggiore flessibilità , controllo sui propri progetti e creatività , possibilità  di lavorare da casa. Fanno ampio uso delle tecnologie e dei servizi web oggi disponibili per operare e per promuovere la propria attività  (soprattutto social network, Google Docs, Dropbox e Skype). Il 40% di loro ha difficoltà  a farsi pagare dai propri clienti, ma nonostante ciò solo l’8,1% vorrebbe tornare a un impiego full time alle dipendenze di un’azienda. Sono le caratteristiche principali dei lavoratori del futuro, i freelance, secondo le statistiche 2010 elaborate dalla Freelancers Union – la più grande associazione al mondo di lavoratori indipendenti.
Il loro numero sta crescendo velocemente anche in Italia. Devono tuttavia far fronte a una concorrenza sempre più agguerrita e soffrono la mancanza di strumenti legislativi, professionali e contrattuali aggiornati, ma anche di adeguate politiche di welfare. I lavoratori indipendenti vogliono un riconoscimento del loro ruolo nell’economia della conoscenza, come ha spiegato a Eccellere Dario Banfi, autore, insieme a Sergio Bologna, del volume “Vita da freelance” (Feltrinelli, 2011).

Nel suo ultimo libro descrive i profondi cambiamenti che ha subìto il lavoro autonomo nell’economia della conoscenza. Ci traccia l’identikit del freelance di oggi?

àˆ un cittadino-lavoratore che svolge la propria attività  in autonomia nell’ambito del lavoro cognitivo, creativo e professionale, al quale si richiedono conoscenze complesse, capacità  personali e relazionali, oltre a un sapere “di frontiera” sempre aggiornato, spesso tacito ed eterogeneo. àˆ un mercenario, un battitore libero che ha un’etica del lavoro sua propria e grande desiderio di libertà . Spesso si usa il termine “consulenti esterni” per rimarcare la separazione dall’impresa. Oggi questi margini sono più labili e molto cambiati. Il loro apporto all’economia della conoscenza e all’impresa aperta attraversa l’universo dei beni immateriali senza confini geografici, in mercati pubblici e privati, nella “vita reale” ma anche e sempre di più sul Web, al punto che le nuove leve di freelance iniziano dalle nuove tecnologie, utilizzando Internet come fulcro intorno al quale creare fin da subito opportunità  o calcolare rischi e soluzioni.
  
Quali differenze esistono tra i freelance in Italia e in altre parti del mondo, ad es. in USA?

I freelance italiani si devono confrontare da una parte con una cultura del professionalismo che tende a delimitare i campi delle professioni e del sapere; dall’altra vivono un profondo distacco con il mondo del lavoro dipendente sotto il profilo delle tutele e del riconoscimento sociale. Diverso è per la cultura anglosassone, più aperta verso il lavoratore freelance, e abituata a considerare la mobilità  lavorativa una tappa dei percorsi professionali più che un’anomalia che riporta nel segmento degli atipici. I freelance nostrani sono meno visibili, più isolati.Continua a leggere

Ricomincia da teRicomincia da te è il titolo di un libro (Vallardi, 2011, 160 pagg., 10 euro) che Paola Pesatori – esperta di risorse umane, licenziata da Pirelli dopo 25 anni d’attività  – ha dedicato a chi perde il lavoro in questo periodo. Racconta di strategie, stati d’animo, azioni da intraprendere per rimettersi in pista.

Al di là  delle piccole e grandi crisi legate al lavoro, mi piace riprendere una parte del libro che credo possa essere utile a chiunque stia riprendendo a lavorare in questi giorni, dopo la pausa estiva.

Parla di cambiamento e progetti alternativi, che tutti chiamiamo più o meno Piano B, e che spesso ci fanno andare avanti, sognando, o che diventano per i più bravi anche una realtà :

IL PIANO B

àˆ ora di rispolverare il Piano B, o di elaborarne uno. Il fatto di avere interessi, sogni o progetti, e di fantasticarci su ogni tanto ci aiuta a essere pronti a cambiare. Il licenziamento e la perdita del lavoro possono essere la molla che ci fa dire: ecco, è arrivato il momento di riorganizzare la casa di famiglia per farne un Bed&Breakfast, di aprire la scuola di disegno per bambini che sognavo da giovane, di riprendere gli studi, di dedicarmi alla musica, di trasferirmi al mare o in campagna, di fare vino e marmellate. Il Piano B mi ha dato tante volte la forza di non cedere a compromessi in azienda, di rischiare e di assumermi le mie responsabilità , di esprimere con forza e passione le mie idee. Avevo in mente un’alternativa, nel caso le cose fossero andate male. Quando poi mi hanno licenziato ho elaborato così tanti piani e progetti che alla fine vino e marmellate li faccio, ma solo per mio diletto. L‘importante è avere un’idea, un sogno, un progetto che vorremmo realizzare anche se non ci pagassero. Se non ci viene in mente niente, allora fermiamoci a riflettere: probabilmente il lavoro ci impegna così tanto da non lasciarci spazio per dedicarci a noi stessi e alla nostra vita, che è lì fuori dall’ufficio. E se capitasse anche a noi di perdere il lavoro? Sicuramente da qualche parte il no stro Piano B c’è. Magari non ci pensiamo dai tempi della scuola, o lo abbiamo accantonato per metter su famiglia, o ci sembrava poco serio e non in linea con la nostra for-mazione. Ebbene, è ora di rimetterci a pensare ai pro e ai contro dei nostri fantasiosi progetti giovanili: potrebbero non sembrarci così inverosimili, anzi, potrebbero forse migliorare la qualità  della nostra vita e comunque aiutarci a gestire con maggiore serenità  questo triste e lungo periodo di crisi dell’occupazione.

Come scrive Giuliano Milani su L’Internazionale di oggi (vedi recensione di “Vita da freelance” riportata sotto) ogni volta che emerge un nuovo gruppo sociale o tipologia di lavoratori sorge spontanea anche la domanda di nuovi diritti. Il mondo dei freelance è proprio lì che attende e è arrivato il tempo di discuterne. Anche Sara Horowitz della Freelancers Union sostiene oggi su The Atlantic che sì, ci siamo entrati in questo periodo storico, e che The Freelance Surge Is the Industrial Revolution of Our Time.

Questa transizione del mondo del lavoro non è niente meno che una rivoluzione, sostiene. “We haven’t seen a shift in the workforce this significant in almost 100 years when we transitioned from an agricultural to an industrial economy. Now, employees are leaving the traditional workplace and opting to piece together a professional life on their own. As of 2005, one-third of our workforce participated in this “freelance economy“.

Che si chiami Gig economy, Freelance Nation, e-conomy, The Rise of the Creative Class, popolo delle Partite Iva o Quinto Stato, poco importa. E’ un fenomeno di massa e con questo dovremo sempre di più fare i conti. Negli Stati Uniti hanno le idee chiare: “The solution will rest with our ability to form networks for exchange and to create political power“. Dice la Horowitz: “I call this new mutualism” e promette di raccontare qualcosa di più nei prossimi articoli su The Atlantic, da tenere sotto osservazione, dunque.

Troppo autonomi