Domani non vado in piazza, non ce la faccio (dovrei portare la bimba, è assai complicato). Ma sono lì, a Roma e a Milano a manifestare. Sì ci sono, con la testa e con il cuore. Partecipo a distanza perché credo che sostenere la manifestazione sulla libertà  di stampa abbia a che fare anche con il lavoro più in generale. Sì, con la fatica di esercitare liberamente una professione intellettuale. Che c’entra? Lo spiega mirabilmente Roberto Saviano:

Il paese sta diventando cattivo. Il nemico è chi ti è a fianco, chi riesce a realizzarsi: qualunque forma di piccola carriera, minimo successo, persino un lavoro stabile, crea invidia. E questo perché quelli che erano diritti sono stati ridotti quasi sempre a privilegi. àˆ di questo, di una realtà  così priva di prospettive da generare un clima incarognito di conflittualità  che dovremmo chiedere conto: non solo a chi governa ma a tutta la nostra classe politica.

[..e aggiungo io: anche al mondo del giornalismo stesso e ai molti che il lavoro ce l’hanno più di altri, che fanno valere la propria gerarchia, che mettono un bavaglio al talento, che impediscono di lavorare anche soltanto in condizioni economiche accettabili..]

Però se qualsiasi voce che disturba la versione ufficiale per cui va tutto bene, non può alzarsi che a proprio rischio e pericolo, che garanzie abbiamo di poter mai affrontare i problemi veri dell’Italia?

Manifestare per la libertà  di stampa significa ricordare anche che lavorare non significa necessariamente accettare senza condizioni il malcostume di chi si approfitta della gerarchia. A ogni livello.

Lo sapevate che il 50% dei ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità  (per capirci quelli che studiano e autorizzano scelte di profilassi a livello nazionale, per esempio in relazione all’influenza A) sono precari? Come fanno a lavorare serenamente, tanto più sulla nostra pelle? E così capita a molti altri.. Ecco un breve spaccato:

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