conoscenza tacita versus sapere formalizzato; autorevolezza versus autorità .

[…] Potremmo dire che l’autorevolezza si distingue dall’autorità  perché è un riconoscimento sociale ottenuto al di fuori di meccanismi di potere, l’autorità  è in parte sinonimo di potere. Una persona è autorevole quando il suo pensiero e il modo in cui riesce a esprimerlo acquistano rispetto e prestigio presso una comunità , l’autorevolezza è la pura essenza di una superiorità  intellettuale che non si pone mai come sopraffatrice di altre opinioni, ma come illuminazione di problematiche collettive i cui risvolti restano oscuri ai più, è per sua natura un servizio alla collettività , svincolato da necessità  economiche, ambizioni di potere, interessi ideologici.

Da sempre il potere, l’autorità  hanno cercato di imporre una forma di propria autorevolezza, si sono cinti dell’aureola dell’autorevolezza. Oggi lo sono la notorietà , la fama, la visibilità , oggi si cerca di far diventare autorevole anche un presentatore televisivo e le dinamiche sociali per cui questa manipolazione riesce fanno parte dei fenomeni più comuni della società  di massa.

[Tratto dal nuovo libro, in corso di pubblicazione, di Sergio Bologna e Dario Banfi. Capitolo: “Da gentiluomini a mercenari”, pag. 80]

“Fare network” è una di quelle espressioni che – insieme a “innovare il sistema Paese”, “facilitare il cambiamento”, “nuove tecnologie” ecc. – oramai non faccio entrare più neppure nel padiglione auricolare. E’ un vuoto a rendere.

Ho imparato che è meglio dare sostanza, riempire i contenitori, scoprire e studiare esempi, toccare con mano, entrare a piè pari nelle pozzanghere dei gruppi sociali (professionali, business, associativi) per capire come funzionano le relazioni e fin dove si può arrivare rispetto a obiettivi personali e di business. C’è chi lo fa via Web e chi nella vita reale. Se sul primo versante siamo tutti bravi a raccontare come si fa – siamo tanti e belli – sul secondo credo sia più complesso.Continua a leggere

Merce da somministrare, mercato a cui vendere qualcosa (corsi, per esempio), elettori a cui promettere o semplici numeri. Ai lavoratori in Italia macava soltanto di diventare pubblico televisivo, una cosa che altrove accade già  da tempo ma che da noi – a parte qualche programma su satellite o, su Tv generalista, qualche format di orientamento politicamente corretto, ma poco politicamente subito tagliato – non aveva ancora provato a fare nessuno. Ieri ci ha provato La7 con Il Contratto – Gente di Talento, nuovo programma che mette in palio un posto di lavoro dipendente a tempo indeterminato.

Il Contratto - Gente di Talento

Giudizio a caldo: presentatrice non preparata sul tema; format spudoratamente centrato sull’azienda che assume (ieri era Monster), che più che fare employer branding sembra faccia product placement; Michel Martone persona troppo intelligente per quel circo; la consulente filosofica appare più che essere; il direttore di HR Community una vecchia falsa-timida volpe, che ha fatto un terno al lotto con tanto di sponda su Panorama; il coach un buon cameriere; concorrenti troppo timorosi, forse scelti proprio per questo, mica che a metà  serata qualcuno pianti qualche grana. Sputtanata tra le altre cose anche la parola “talento”.

In definitiva, programma per fare ascolti, guadagnare visibilità  aziendale,e soprattutto vendere anche in tv (non bastavano Confindustria, sindacati o Tremonti) il topos unico del nostro immaginario lavorativo, ovvero il posto fisso. Così come i salari si contrattano con una buona disoccupazione in circolazione, anche il lavoro dipendente si vende meglio se il traguardo diventa un premio.

P.S. Il miglior commento (collettivo) in circolazione sul programma resta il magnifico post di Spinoza.it “Teledipendenti” (cit.: La trasmissione di La7 metterà  in palio un posto di lavoro. Hanno promesso un milione di puntate).