Non sono i dipendenti a uscire dalla sede di Lehman con gli scatoloni in mano le vere vittime della crisi subprime. Lo spiega così Emiliano Brancaccio:

Lehman rappresenta una delle massime interpreti del famigerato “subprime capitalism”, vale a dire il sistema che nel corso degli ultimi anni ha stravolto e reinventato il circuito monetario dei crediti, dando luogo a quella che potremmo considerare una sofisticata istituzionalizzazione del meccanismo dell’usura. La logica dei subprime ha infatti per lungo tempo funzionato così. Prendi un lavoratore americano, di norma residente in un sobborgo periferico e già  abbastanza carico di debiti e di pignoramenti. Fregatene della sua elevata probabilità  di insolvenza e offrigli mutui e carte di credito a tassi particolarmente alti. Quindi spezzetta in mille parti i debiti del tizio in questione, trasformali in titoli e diffondili in ogni angolo del globo, con il prestigioso marchio della banca d’affari emittente posto in bella mostra sulle cedole. Strozza finché puoi il lavoratore, fallo andare sulla giostra dei tassi variabili, costringilo a doppi turni, tripli lavori e tagli progressivi al suo tenore di vita. Distribuisci i dividendi ai possessori dei titoli e poi, quando il tizio andrà  in bancarotta, poco male: che si faccia avanti il prossimo working poor, afflitto da un salario reale in caduta libera fin dai tempi di Carter.
Applicando questa procedura le grandi banche d’affari americane hanno convinto migliaia di operatori finanziari a comprare questi titoli, al tempo stesso bollenti e patinati. Fondi cinesi, russi, giapponesi e pure tanti istituti europei hanno fatto incetta di subprime, rassicurati dall’idea che un pezzettino di rischio per ciascuno non avrebbe fatto male a nessuno. Ma le cose non stavano così. Lo strozzinaggio su larga scala aveva le sue crepe, che si sono trasformate in voragini man mano che i pezzetti di rischio andavano cumulandosi, che i potenziali lavoratori da incravattare andavano esaurendosi, e che le garanzie poste alla base di quei debiti cominciavano a perdere di valore. Il risultato finale è che i massimi finanzieri di Wall Street potrebbero a questo punto esser seduti su una montagna di crediti che valgono carta straccia. E non si capisce chi pagherà  adesso la corrispondente montagna di debiti che essi hanno contratto con il mondo.

(Liberazione, 16 settembre 2008)

Ha avuto una copertura mediatica pari a zero, ma per gli addetti ai lavori è un evento di capitale importanza. E’ il XXIII Convegno Nazionale di Economia del Lavoro, organizzato dall’Associazione Italiana Economisti del Lavoro (AIEL), che ha pubblicato sul sito gli interventi dei numerosi relatori italiani ed europei. Quello di Tito Boeri, sul paradosso del calo della disoccupazione in Italia, si trova tradotto in italiano anche su LaVoce.info.

[La piccola Chiara, nata al giorno di Ferragosto, ha capito subito che le feste sono una gran cosa. La prima canzone che ha imparato è ovviamente “Tanti auguri a te!“. Per ora canta soltanto una strofa o meglio a sola parola: “Atèeee!“]

Auguri JobTalk!

P.S. Anche da parte di Papiny.

Augury da Papiny