Prova a immaginare che il mondo del lavoro abbia una spinta in più, proprio da quella componente che oggi sembra avere minore forza, ma che in realtà  ha un potenziale enorme e necessità  spesso nascoste, tenute in ombra da una cultura maschile e un po’ machista della società . Immagina che l’idea berlusconiana di donna, il velinismo, la puttanocrazia siano chiuse in un angolo e trattate per quello che sono, spazzatura. Immagina che il lavoro possa parlare finalmente al femminile, conquistando nuovi diritti e tutele.

Non sarebbe meglio? Non ne guadagneremmo anche noi uomini?

C’è chi, per questo, ha deciso di ripartire da un “Manifesto del lavoro al femminile” e sta costruendo iniziative concrete.

Domani non vado in piazza, non ce la faccio (dovrei portare la bimba, è assai complicato). Ma sono lì, a Roma e a Milano a manifestare. Sì ci sono, con la testa e con il cuore. Partecipo a distanza perché credo che sostenere la manifestazione sulla libertà  di stampa abbia a che fare anche con il lavoro più in generale. Sì, con la fatica di esercitare liberamente una professione intellettuale. Che c’entra? Lo spiega mirabilmente Roberto Saviano:

Il paese sta diventando cattivo. Il nemico è chi ti è a fianco, chi riesce a realizzarsi: qualunque forma di piccola carriera, minimo successo, persino un lavoro stabile, crea invidia. E questo perché quelli che erano diritti sono stati ridotti quasi sempre a privilegi. àˆ di questo, di una realtà  così priva di prospettive da generare un clima incarognito di conflittualità  che dovremmo chiedere conto: non solo a chi governa ma a tutta la nostra classe politica.

[..e aggiungo io: anche al mondo del giornalismo stesso e ai molti che il lavoro ce l’hanno più di altri, che fanno valere la propria gerarchia, che mettono un bavaglio al talento, che impediscono di lavorare anche soltanto in condizioni economiche accettabili..]

Però se qualsiasi voce che disturba la versione ufficiale per cui va tutto bene, non può alzarsi che a proprio rischio e pericolo, che garanzie abbiamo di poter mai affrontare i problemi veri dell’Italia?

Manifestare per la libertà  di stampa significa ricordare anche che lavorare non significa necessariamente accettare senza condizioni il malcostume di chi si approfitta della gerarchia. A ogni livello.

Qualche giorno fa, chiacchierando di redditi e opportunità  che le nuove normative consentono ai freelance e ai lavoratori autonomi per incrementare il proprio business, ho raccolto qualche interessante testimonianza. Due casi di concorrenza sleale favorita esattamente dalla Legge.

I CASO – Lavoratori in regime di minimo (forfettone) contro lavoratore senza minimi.

Immaginate due geometri che lavorano per un condominio. Il primo ha redditi che non superano i minimi previsti dalla Legge per l’applicazione del cosiddetto forfettone. Il secondo li supera. A parità  di compenso richiesto il primo può omettere l’IVA, mentre il secondo deve aggiungerla. Il primo costa X, il secondo X+20%. Un condominio (o un qualsiasi cittadino) non recuperando l’IVA quale dei due fornitori sceglierà  secondo voi?

II CASO – Pensionati che lavorano contro lavoratore autonomo non pensionato.

Immaginate altri due consulenti in età  adulta. Il primo già  in pensione, ma che lavora ancora. Per agevolare la sua seconda vita lavorativa lo Stato ha pensato bene di fissare le aliquote contributive per il suo lavoro al 17% dell’imponibile. Il suo diretto concorrente, non ancora in pensione, paga invece il 25,72%  (Cfr. qui). Anche in questo caso, secondo voi, a parità  di ricavi che ciascun professionista vuole portare a casa con il medesimo lavoro, quale due due avrà  costi più alti per le imprese e dunque minori chance? Che cosa dovrà  fare per essere competitivo, se non quello di abbassare i prezzi dovendo pagare più soldi allo Stato?

Possibile che nessuno si sia accorto di queste pessime storture?