Il Ministero fa la conta prima della Finanziaria. Quanti sono i precari in Italia? La risposta fu fornita qualche tempo fa da Lavoce.info e non sorprende che tra le due stime, quella odierna di Cesare Damiano e dei ricercatori del portale, ci sia uno scarto soltanto dello 0,3% per quanto riguarda il lavoro dipendente.

La conferenza di presentazione dei dati del Ministero è visibile in maniera integrale sul sito di Radio Radicale, mentre i materiali proiettati sono a disposizione in queste slide: “Occupazione e forme di lavoro precario” (.PDF). I valori sono riferiti al 2006 e per “precario” – qui sta una delle questioni sottointese, ma più importanti! – s’intendono i lavoratori a termine, i Co.co.co/pro e i lavoratori occasionali, escludendo il lavoro autonomo (tranne quello agricolo). Sono esclusi anche i lavoratori in nero (ca. 3,5 mln) o quelli che hanno smesso di lavorare, oltre ai cosiddetti “scoraggiati”.

Tasso percentuale di permanenza nell’occupazione a termine (in mesi)Tasso percentuale permanenza lavoro a termine

Risultato: nel 2006 i precari erano 2.719 milioni, Continua a leggere

Chi ha letto L’uomo flessibile (il cui titolo originale era “The Corrosion of Character“) di Richard Sennett sa di che cosa si parla quando si mescola il tema della flessibilità /precarietà  con quello della salute personale e del benessere psicosociale. L’Agenzia Europea per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro ha deciso di vederci un po’ più chiaro e con l’aiuto dello European Risk Observatory ha concluso l’indagine “Expert forecast on Emerging Psychosocial Risks related to occupational Safety and Health” (2,3 MB .PDF) in cui si mettono in relazione il “rischio per la salute” e le forme di “occupazione precaria”.Continua a leggere

Mi sono perso la presentazione romana del libro di Sergio Bologna “Ceti medi senza futuro?“, ma per fortuna ho trovato questa bella sintesi sul blog SA-LA (Sapere Lavoro).

Come emerso in quella giornata, anch’io continuo a sostenere che la strada giusta per affrontare il tema della precarietà  non sia tanto quello contrapporre chi ha un lavoro a tempo indeterminato a chi non ce l’ha (approccio politico-sindacale), ma puntare sulla tutela del lavoro dipendente e, con altrettanta convinzione, su quello autonomo [importante alternativa al primo]. I nuovi lavori, soprattutto quelli legati alla conoscenza, presuppongono intrisecamente la flessibilità  e l’autonomia, una condizione che ha bisogno di uno Statuto nuovo e nuove forme di protezione sociale (welfare), completamante diverse da quelle che abbiamo conosciuto finora per il lavoro dipendente.

Bella la riflessione giuridica di partenza, riportata da Francesco Antonelli, che copio:

a) il lavoratore atipico non rientra nel TIPO di lavoro subordinato, previsto dal nostro Codice Civile; con il risultato di essere privato ex lege di ogni tipo di garanzia (come per esempio quelle previste nello Statuto del Lavoro);

b) i lavoratori atipici, nel contesto di uno stato assistenziale corporativo-conservatore incentrato proprio sul lavoro “tipico”, sono esclusi anche dalla cittadinanza sociale [tradotto: tutele del Welfare State];

c) l’onere della formazione del lavoratore, che in una società  della conoscenza deve essere continua, ricade, nel caso dell’atipico, integralmente sulle sue spalle, senza che né lo Stato né le organizzazioni operanti sul mercato, se ne facciano carico (pur pretendendo un aggiornamento continuo).

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