Dipende sempre dalla dimensione delle attività  e dai mezzi di produzione necessari, ma a parità  di “piccole dosi di lavoro”, condivido la tesi di Meghan Paul di Solvate:

[…] working with a great freelancer is preferable to outsourcing to an agency or development shop. Why? Aside from being more affordable, freelancers are more passionate, creative, and personally invested in your company’s success.  Freelancers are under incredible pressure to find repeat customers and steady work, so they are often more eager to satisfy client demands.  Thus, they’re more accountable for their work; there is no one to point to except themselves when something goes wrong. Its also much easier to establish an ongoing relationship with freelancers, who will be more likely to chip in at the drop of the dime when your next urgent deadline pops up.

FacebookNo. Ma che cosa ti credi? Lavora, sei alle dipendenze, mica al bar! Un utile approfondimento si trova oggi sul Sole 24 Ore in due articoli: “Troppo Facebook il posto è a rischio” e “Decalogo dei giudici per chi usa Facebook in ufficio (e non rischiare di perdere il posto)“. Questo il punto chiave:

Si tratta di tempo impiegato in un’attività  extralavorativa durante l’orario di lavoro e quindi sottratto alla prestazione contrattualmente dovuta al datore di lavoro. àˆ stata coniata al riguardo l’espressione “assenteismo virtuale”.

Non c’è scritto, ma sono certo che la stessa cosa valga per Twitter & Co. Interessanti anche alcune note a margine: chi fa selezione per conto delle aziende non potrebbe cercare informazioni riservate o dati sensisbili attraverso Facebook per giudicare i candidati, sarebbe perseguibile penalmente per violazione dello Statuto dei Lavoratori. Tze, campa cavallo.

Passando via Twitter da @danielarossi ho ripescato su Articolo37 la recente presentazione “Povere donne attente al portafoglio 2 – Lavoro e differenziale salariale nell’informazione” (.PDF in download) che la Commissione Pari Opportunità  della FNSI – il sedicente sindacato dei giornalisti italiani – ha tenuto il 6 marzo per ricordare quale gap esista tra i due sessi anche nel mercato del lavoro delle notizie. Una serie di slide bruttine dai contenuti però interessanti sotto il profilo dei dati statistici di tipo retributivo, che offrono il più significativo esempio di come il sindacato considera il mondo freelance. Lo considera INESISTENTE.

Le valutazioni di Lucia Visca e Donatella Alfonso rimuovono completamente la questione del lavoro autonomo. Uomini o donne che siano, non importa. La base delle valutazioni sui differenziali retributivi e di genere partono da un panel che considera soltanto gli Iscritti alla Gestione Ordinaria dell’Inpgi (Istituto di Previdenza dei Giornalisti Italiani). In realtà  sul suo organo di informazione, INPGI Comunicazione [anno XXVII n. 5-6 maggio/giugno 2010, pagg. 8 e 11], l’Inpgi certificava che al 31 dicembre 2009 risultavano iscritti alla Gestione Separata ben 30.194 giornalisti freelance e collaboratori, mentre in quella Ordinaria, che raccoglie i lavoratori con contratti di lavoro dipendente, gli iscritti erano 18.567 (+ o – equivalente al totale Uomini/Donne indicato nella tabella qui sotto).

Retribuzioni Giornalisti Italiani

Il dato retributivo sui freelance è sparito. Toni Negri usa l’espressione “forza lavoro fuoriuscita dal Capitale” e sembra tagliarsi bene al caso: l’elemento economico che quantifica il valore del lavoro degli indipendenti è cancellato dalla rappresentazione della realtà  del lavoro giornalistico. Non viene neppure fatta notare la strabiliante anomalia che caratterizza il giornalismo dei contrattualizzati. Mentre il mercato italiano distribuisce nel settore privato retribuzioni secondo uno schema piramidale, che vede in cima Quadri e Dirigenti (che insieme costituiscono il 10% dei lavoratori), il mondo del giornalismo preferisce la forma a Ziggurat, una distribuzione della ricchezza del tutto inedita per un fatto evidente: manca la base! O si tratta di uno straordinario esempio di socialdemocrazia retributiva, oppure dell’inverso, dell’estromissione definitiva degli “operai della conoscenza” dal segmento del lavoro salariato e la conseguente equiparazione con il mondo freelance. Un’ulteriore riduzione che non ha equivalenze nel mondo del giornalismo occidentale.