Sono un sincero sostenitore della formazione continua, anche perché credo che il ripetersi di stagioni lavorative sempre uguali spesso, alla fine, impoverisca più che migliorare le conoscenze. Non intendo cose tipo corsi di inglese, public speaking e panzane simili, ma percorsi qualificanti.

A proposito – visto che un lavoratore autonomo può scaricare come costo di aggiornamanto (perché inerente all’attività ) il 50% della spesa – c’è qualche anima pia (editore, redazione, mecenate, mensa dei poveri..) che ha voglia di sponsorizzarmi questo fantastico Master in Giornalismo investigativo? Bastano 2.000 euro: la metà , appunto. E’ una richiesta seria. Davvero, mi interessa. In cambio prometto 5 esclusive per le prime 5 inchieste. Ne ho già  in mente tre, sul tema del lavoro, ovviamente: Continua a leggere

Devo a Lorenzo la bella segnalazione del testo di Sergio Bologna pubblicato su Luhmi dal titolo “Uscire dal vicolo cieco” (.PDF 120 Kbyte – Download anche qui). Una lucida riflessione sul tema della classe media e in particolare dei lavoratori della conoscenza che svolgono attività  di lavoro autonomo. Quelli che io chiamo “liberi professionisti digitali“. Bologna ricostruisce la genesi di questa classe di lavoratori, la “Web class”, nata negli anni novanta, con i movimenti open source, con la new economy e l’esplosione di Internet:

Qui si è formata quella nuova classe che i guru del management come Drucker chiamano knowledge workers, sociologi come Floridacreative class” o economisti e politici come Robert Reich “analisti di simboli”. Hanno sognato un nuovo mondo, un nuovo modo di lavorare, di fare impresa, un diverso modo di definirsi, né blue collar né white collar, tant’è che uno come Andrew Ross, cronista egregio della loro storia, li ha chiamati no-collar. àˆ dalle vicende di questa web class €” passatemi il neologismo €” che bisogna ripartire per capire a fondo la natura del postfordismo e la sua capacità  di rendere strutturale la condizione di lavoro precaria.

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