Corteggiatissima, la classe creativa ogni tanto alza la testa. Non per vanità  – credo che i proclami di W. Veltroni (si veda il pamphlet “Un piano per sostenere la classe creativa” pubblicato sul Sole 24 Ore, in luglio, e il commento di Alberto Abruzzese) o i siti vetrina dell’Ulivo non abbiano sortito effetti di rilievo – ma per necessità . Per prendere aria.

Molte risposte parziali al perché questo sia necessario, almeno per il mondo della ricerca, si trovano raccontate scientificamente in Intelligenze Fuggitive (a cura di Gigi Roggero), testo neppure troppo datato. Senza complicare troppo la questione :-) c’è anche un livello più banale ed è quello dell’organizzazione e dell’esercizio libero del proprio lavoro e della tutela dei propri diritti.

[Illustrazione di Lucilla Lanzoni, art director milanese]Primo Congresso Freelance 2007 - ADCI

Temi che ieri hanno raccolto nell’Aula Magna del NABA – Nuova Accademia delle Belle Arti di Milano oltre 250 creativi indipendenti che nell’epoca della “manodopera intellettuale a basso costo” rischiano di farsi travolgere dallo shopping sfrenato di idee che l’impresa markettara di oggi tritura senza sosta.

Su JOBtalk ho riportato alcuni spunti emersi durante il “Primo Congresso dei Freelance 2007” (qui vi lascio una versione estesa dell’articolo in formato .PDF).

Il problema è il solito: acquisire una posizione competitiva come lavoratori autonomi. Sul fronte dell’innovazione i creativi non hanno nulla da imparare. Si auto organizzano, eliminando perfino barriere fisiche e uffici. Si veda il bel servizio [che mi ha segnalato Anna, grazie!] riportato su D-Web sulla nuova famiglia di “Digital Bohème”, (alle pagine 130-1, 132-3 e 134 del numero 566 del Magazine). Ma la questione della tutela della professione è molto diversa. L’Art Directors Club Italiano ha deciso di promuovere per loro una nuova associazione che supporti il lavoro dei freelance attivi nel segmento della creatività  (moda, design, pubblicità ). Sul blog BolleBlu e su quello di ADCI si possono trovare maggiori dettagli e seguirne le evoluzioni.

[Last but not least. Segnalo agli appassionati del tema “freelance” due bellissime ricerche appena pubblicate nel Regno Unito sulla consistenza del business generato dai creativi di Londra e sul salario e le condizioni dei “solo workers”, i lavoratori autonomi. I due studi (in .PDF) sono “London’s Creative Sector: 2007” e “Freelance and Interim Salary & Benefits Survey“, quest’ultimo una vera chicca per capire le retribuzioni in UK, recruiting, longevità  e motivazioni dei freelance. Fonte Web: qui]

Creative CampP.S. Stavo quasi dimenticando. A chi interessa [a me no, per esempio], e di tutt’altro genere, sabato 6 ott. si tiene l’ennesimo camp. Questa volta Creativo.

Sarebbe interessante applicare taluni modelli dell’informatica alle differenti modalità  di lavoro contemporaneo. Per esempio, l’idea di black box – che ha sempre ossessionato gli sviluppatori open source, i ricercatori che si occupano di antivirus o gli appassionati di reverse engineering, ma facilitato la vita a chi deve fare debug o test di ogni tipo – ha una sua logica anche rispetto a taluni strati dell’applicazione lavorativa di ogni giorno.

Come una scatola chiusa, si lavora spesso in termini di input a output. Anche nel lavoro più legato alla produzione intellettuale, non soltanto alle macchine. Una volta certamente era così per tutti i contesti imprenditoriali [in particolar modo in quelli sbilanciati verso il lavoro operaio] e c’erano anche sirene, cancelli chiusi, impianti disattivati per separare le “scatole del tempo”. Oggi, se fate caso, una luce accesa c’è sempre. Internet non chiude mai, così come la posta elettronica o il BlackBerry. Questo blog è always on, per esempio.

L’unica macchina che si può spegnere è il corpo. Le sue pause sono cancelli, la posizione orizzontale è forse l’azione più efficace di disinnesco del sistema.

In questi giorni di superlavoro, giorni in cui mi vergogno persino a guardare le richieste pendenti in posta elettronica (chiedo venia a tutti, indistintamente), ho capito che la scatola si può allargare a piacere. Annullare lo slash tra I/O. Un metodo semplice semplice è quello di ridurre l’efficacia della seconda pausa, la cena, per ricominciare subito dopo, tuffandosi nella black box.

C’è chi definisce i nuovi lavoratori che operano sui processi della conoscenza e sull’elaborazione di informazioni attraverso tecnologie informatiche “operai dei dati”. Beh, diffidate di questa analogia.