Segnalo i materiali pubblicati sul sito della Fondazione Giulio Pastore e relativi agli interventi (quasi 50!) esposti al convegno “Quali politiche e quale organizzazione per un sindacato vitale, in crescita, capace di rappresentare i lavoratori del 21° secolo?”. Su SA-LA anche alcune interessanti considerazioni di Giulio Marini, che si esprime così in merito all’opportunità  di fare emergere nuove forme di rappresentanza per i lavoratori autonomi di seconda generazione e “della conoscenza”:

àˆ possibile tuttavia che questa attuale incapacità  di rappresentare, anche a livello ideologico, i lavoratori della conoscenza – siano essi i nuovi operai, ovvero gli operatori; piuttosto che gli (pseudo-)professionisti senza albo – perduri all’interno del sindacato. A quel punto da sociologo del lavoro, e non quindi da ricercatore, sarebbe opportuno prevedere per il bene del Paese e dei lavoratori e delle relative famiglie (se ne avranno…) che il sindacato perda potere.

Se è vero, come scrive La Repubblica, che meno del 40% dei contratti a termine è legato a reali esigenze dovute al ciclo economico o al tipo di produzione tutta la discussione sul  pacchetto Welfare approvato ieri assume una connotazione molto differente, quasi una beffa. Agli imprenditori – così riporta La Repubblica – interessa spendere meno e avere libertà  di assestare un calcio ben piazzato al momento giusto. Un vantaggio enorme, che forse avrebbe avuto bisogno di un disincentivo o di un contentino per la controparte “trattata male”. Qualcosa del tipo: una supertassa sul calcio in culo, per foraggiare per esempio, redditi di cittadinanza o politiche attive. Invece il Governo ha litigato sul numero di mesi per effettuare deroghe sindacali sui 36 previsti come tetto massimo. Io onestamente avrei ragionato di più sugli effetti e sulle cause della pedata, più che sulla dinamica.

Update: Alcuni articoli comparsi sulla stampa e relativi al RapportoISFOL Plus sugli atipici e sull’uso del contratto a termine: Il Sole 24 Ore, Liberazione, Il Manifesto