In contemporanea su Sole e Corriere oggi due articoli ricordano come sia attuale la trasformazione del mondo del lavoro e la sua migrazione verso le tecnologie digitali.

Figure richieste ItalyDa una parte Luca De Biase sostiene (articolo in .PDF) che il digitale non distrugga il lavoro, ma traslochi l’occupazione. Cancella posti, ma ne crea altri. Dall’altra Ivana Pais che anche le Agenzie per il lavoro si stiano dando da fare per cercare figure “high skilled” nel segmento 2.0 e per questo chiama in causa l’ultimo monitoraggio europeo sulle Job vacancies.

In realtà  occorre aggiungere qualche pezzo in queste due analisi. Non che siano sbagliate, ma non dicono tutto. Da una parte, per esempio, manca una valutazione sui processi di frammentazione dei sistemi di organizzazione del lavoro (cosiddetto “post-fordismo”) ai quali si accompagnano oggi radicali trasformazioni legate alla condizione del lavoratore, alla metamorfosi dei diritti legati al sistema di Welfare e alle condizioni socio-economiche. Cambia il lavoro, cambiano i compensi, cambiano i diritti.

Se fai diventare un operaio che sta in linea alla produzione di elettrodomestici un pickerista che lavora a tempo, su chiamata, in un centro di logistica con cuffiette per il picking vocale di scatolame vario sui pallet, hai certamente creato una trasformazione come minimo a somma zero, ma hai deregolamentato molto del vecchio sistema e tolto qualche diritto al lavoratore. Entrate nei magazzini dei grandi distributori della GDO per credere. Io ci sono stato, per fare analisi sui software. Ottimi, eccezionali. In mano a extracomunitari che lavoravano in gironi danteschi (e non vi dico che casino, come una legge del contrappasso tecnologico, per inizializzare il riconoscimento vocale…).

Facciamo un altro esempio più vicino alla Knowledge society. Continua a leggere

Huffington Post: 25 milioni di lettori, valore 315 milioni di dollari. Il progetto madre di tutti i progetti di giornalismo partecipativo, di gift economy e rivoluzione in rosa del citizen journalism alla fine entra a piè pari nel capitalismo editoriale, vende e incassa. Porta a casa il suo jackpot – diamine, come ha ragione Andrew Ross – e una rivalutazione (per non dire uno stipendio, che suona troppo novecentesco) di 2 milioni di dollari all’anno per la direzione editoriale.

Alla fine ai peones che ci scrivono gratuitamente non resta che staccare la spina, buttandola in rissa nel gruppo su Facebook “Hey Arianna, Can You Spare A Dime?“. Il NYT, calcoli alla mano, dice che tanto si tratta di manodopera unpaid che non produce poi così tanto traffico, si possono buttare a mare. L’alternativa sarebbe una cosa mai vista nella storia del capitalismo, ovvero il profit sharing ex post di un’iniziativa partecipativa su larga scala, ovvero la ripartizione del jackpot. Dubito avvenga, anche se vorrei tanto: sarebbe una vera rivoluzione, più radicale di quella giacobina. La Comune digitale. In realtà , abbiamo soltanto reso elettronico il modello degli sweatshops: ora si chiama digital piecework

Attendo curioso di leggere un bell’articolo su Il Post, Nova 100, Il Fatto Quotidiano, Blogosfere (un sito che in piccolo ha replicato tempo fa il modello Huffington Economy) e altri aggregatori nostrani a firma dei “giornalisti del dono” italiani su questo argomento. Attendo il commento dei blogger e giornalisti italiani che scrivono gratuitamente per le testate nostrane e mi chiedo, ma perché cazzo lo fate?

Se vi interessa, qui trovate alcune reazioni italiane: