Dipende sempre dalla dimensione delle attività  e dai mezzi di produzione necessari, ma a parità  di “piccole dosi di lavoro”, condivido la tesi di Meghan Paul di Solvate:

[…] working with a great freelancer is preferable to outsourcing to an agency or development shop. Why? Aside from being more affordable, freelancers are more passionate, creative, and personally invested in your company’s success.  Freelancers are under incredible pressure to find repeat customers and steady work, so they are often more eager to satisfy client demands.  Thus, they’re more accountable for their work; there is no one to point to except themselves when something goes wrong. Its also much easier to establish an ongoing relationship with freelancers, who will be more likely to chip in at the drop of the dime when your next urgent deadline pops up.

[A distanza di molti mesi sono riuscito a trovare il tempo per pubblicare lo speech tenuto all’Università  di Bologna al Convegno “Lavoro in frantumi” del 25 novembre 2010 – Le argomentazioni presentate qui in maniera sintetica sono ampiamente sviluppate nel mio nuovo libro, scritto con Sergio Bologna, “Vita da freelance” che uscirà  per i tipi di Feltrinelli il 7 aprile]

La paga del freelance. Quando l’impresa fa buy-back su premi di risultato

Lavoro in frantumiQuando si affronta il tema della frammentazione del mondo del lavoro c’è un punto di vista dal quale non si osa mai guardare ed è la condizione oggettiva dei risultati che ottengono quei lavoratori che operano fuori dal mondo del lavoro salariato. Il compenso che viene offerto ai freelance, la loro “paga”.

àˆ un argomento difficile da mettere a fuoco perché non esistono strumenti di misurazione e tantomeno politiche condivise, regole nazionali o accordi impliciti, neppure tra lavoratori indipendenti. Questo tipo di lavoratori figli del postfordismo e in misura sempre maggiore “termometro” dell’evoluzione stessa del nostro Stato sociale hanno oggi moltissime difficoltà  sul fronte dei compensi professionali sia rispetto al quantum sia più in generale per il valore riconosciuto al loro lavoro.

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Fare uno stage? Ma non ci pensare nemmeno. Lavora da solo, senza esperienza e da remoto, attaccato a un PC per pochi dollari all’ora. Maledetti, ma buoni per bere birra al sabato sera. Non ti ficcare in azienda, se non hai bollette da pagare ma sei ancora al college. E’ questo il messaggio che gli intermediari di lavoro online per freelance cercano oggi di passare a chi ancora non è entrato nel mercato del lavoro. Il tutor? Ma chissenefrega, siete già  bravi da soli, o, come si legge sul blog di Solvate

[…] college students are far too inexperienced to offer any services to companies. However, the advantages to using college students are numerous. They are smart and savvy after spending time building their own personal brand online through websites, blogs and social networks. They’re highly aware of current events and passionate about their interests. They’re interested in making friends and the resulting networking. They’re new to the work place and still highly enthusiastic about their work. (See idealistic college freshman mentioned above.) Lastly, they’re cheap.

Passione, mica soldi. Questo dà  soddisfazioni. Se l’istituto del tirocinio formativo non fosse stato così terribilmente sputtanato in questi anni potremmo anche credere a queste favole. E anzi, più viene degradato, più facile è spostare gli interns (“life-blood of the industry“!) in remote workplace. Lavorare da remoto – ti spiegano – non ti costringe al rammarico about being laid-off or getting stuck in a dead-end job. Eviti scocciature. In effetti, imparare da altri è una bella rottura di palle, meglio Popper, procedere cioè per congetture e confutazioni.

Retorica di alto livello, direi, che consente di passare il messaggio: un lavoro subordinato a contenuto formativo può essere facilmente sostituito da autoformazione messa in atto con un  lavoro autonomo. Triplo salto carpiato e voilà , sei pronto a telelavorare dal College per un broker a caso che spopola online. Qualche diritto del lavoro vogliamo richiamarlo? Dai, non scherziamo, beviamo ‘sta birra e guardiamo l’ultima puntata di OC, ti suggerisce il proprietario della piattaforma di telelavoro.

Chiamatelo, se volete, lato oscuro del postfordismo.