Una recente intervista su freelance, coworking, riforma del regime dei minimi ecc. pubblicata sul blog Alzatevi e Partite IVA. Grazie a Massimo Potì e agli amici di Toolboox Coworking per la chiacchierata!

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Abbiamo rivolto alcune domande a Dario Banfi, giornalista freelance, copywriter, e coautore insieme a Sergio Bologna di Vita da Freelance, uno dei pochi libri pubblicati in Italia che prova a descrivere il mondo del lavoro atipico (freelance, coworker, lavoratori della conoscenza, wwworker, etc.) senza farne solo e unicamente una questione di precariato, come se tutti sognassero di ritrovarsi assunti a tempo indeterminato in una multinazionale. Ecco cosa ci siamo detti.

1. La prima cosa che colpisce leggendo il libro è la difficoltà  che si incontra nel definire con precisione cosa distingue un lavoratore della conoscenza dagli altri: da una parte, chi ne fa quasi esclusivamente una questione contrattuale (semplificando, partita iva? lavoratore della conoscenza!), dall’altra, chi ne fa invece una questione di oggetto del lavoro (sempre semplificando, scrivi testi per siti web? lavoratore della conoscenza!). Tu, lavoratore freelance come la maggior parte dei lettori di questo blog, come definiresti il tuo lavoro?

Preferisco parlare di lavoro professionale autonomo. Freelance non è esattamente un sinonimo, ma può andare bene ugualmente. Nel titolo del nostro libro è un termine suggerito dall’editore, inizialmente avevamo scelto un’espressione più provocatoria, volevamo chiamare il libro “Da gentiluomini a mercenari”. Posso definirmi lavoratore professionale autonomo, ma anche freelance o mercenario, non c’è grande differenza: il primo è più vicino al linguaggio della ricerca sociale, definisce le mie relazioni con il sistema del lavoro, e dice che sono solo, ho elevate competenze e voglio svolgere attività  in questo modo, senza cercare vincoli di dipendenza. Il secondo porta un po’ di cultura anglosassone nel nostro Paese e si sposa bene in quei contesti di lavoro più legati alla creatività . Ricorda che siamo liberi, ma il nostro vantaggio è anche un rischioContinua a leggere

Si perde la sensazione di isolamento, si trovano nuovi contatti e aumenta la produttività  individuale. Lo raccontano loro stessi nella seconda Global Coworking Survey condotta da Deskmag e presentata il 3 novembre a Berlino. Più di 1.500 coworker di 52 Paesi hanno confermato un giudizio positivo sulla condivisione dell’ufficio. Voto medio assegnato ai coworking nel mondo: 8,4. I valori principali che si ritrovano sono il senso della comunità  (96% dei rispondenti); la libertà  (93%); l’indipendenza (86%) e perfino il benessere fisico (85%). In questi spazi non mancano aree di ristoro, per il relax e la collaborazione. I freelance si conoscono quasi tutti per nome, si fidano a lasciare i propri strumenti incustoditi e ottengono anche interessanti miglioramenti nel business. Il 93% sostiene di avere migliorato le proprie reti sociali, l’86% anche quelle di business. Maggiore produttività  e perfino maggiore fiducia in se stessi accompagnano spesso un accrescimento delle competenze lavorative. Prima dello spazio si apprezzano i “colleghi” d’ufficio al punto che l’86% degli attuali frequentatori non ha programmato spostamenti per il 2012. Per l’anno prossimo i manager prevedono ulteriori incrementi ma nonostante la fiducia e la crescita degli utenti soltanto il 39% dei coworking fa profitti. Un quarto delle iniziative sono tuttavia no-profit. La maggior parte dei promotori ha messo soldi di tasca propria, una media di 45.800 euro per l’avviamento, e trovato un unico principale concorrente:  il tetto di casa, amato ancora dai freelance sedentari.

Dario Banfi, Avvenire, 9 novembre 2011, p.21 (èLavoro).
Scarica l’articolo “Coworking. Lavoro 2.0: libero e condiviso” in formato .PDF.

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