Disabili in difficoltà , servizi ATM che fanno schifo e un customer care che ti prende pure per il culo. In sintesi è questa la vicenda che mi segnala l’amica Scilla, che nella sua vita pendolare tra casa e ufficio si accorge di un disabile su sedia a rotelle che tenta di scendere le scale della metropolitana, alla fermata Villa San Giovanni  (MM1 Rossa), a Milano. Scende da solo, in equilibrio precario e molto rischioso. Procede di spalle, come fanno solitamente i genitori con i passeggini, perché l’eventuale caduta risulterebbe meno pericolosa. Gelo, le si ferma il sangue nelle vene. L’amica interviene e poi prende carta e penna per segnalare all’ATM la mancanza di montascale e il caso drammatico di cui è testimone. L’Azienda dei Trasporti di Milano risponde il giorno dopo: “Non si preoccupi, caro cittadino, nel 2010 installeremo nuove rampe“. Sì, risponde con una lettera preimpostata di due anni fa!

Questa è la corrispondenza in questione:

Buongiorno, sono un’abbonata annuale e questa mattina mi è capitato di vedere uno spettacolo a dir poco vergognoso: un ragazzo disabile su una sedia a rotelle, costretto a scendere dalle scale (normali) della metropolitana letteralmente saltando di gradino in gradino con le ruote della carrozzina, tra l’altro procedendo “in retromarcia”, per poter accedere alla banchina e prendere il treno in direzione Bisceglie. Alla faccia delle barriere architettoniche. Siamo nel 2012, pensate di fare qualcosa? Tra l’altro, tra tre anni ci sarà  l’Expo, cosa credete che succederà ? Grazie per l’attenzione – Scilla P.

La risposta dell’ATM

Gentile Signora,
Le scriviamo in seguito alla Sua segnalazione, relativa all’accessibilità  delle stazioni metropolitane.
Al riguardo, ci preme farLe sapere che ATM ha intrapreso già  dal 2008 un piano per il miglioramento dell’accessibilità , per la cui realizzazione ha costituito un gruppo di lavoro, nominando un direttore responsabile dell’applicazione degli interventi in programma, molti dei quali sono in corso di attuazione.

Inoltre, è già  stato effettuato un importante piano di investimenti, la quasi totalità  in autofinanziamento, dedicati sia all’adeguamento e alla manutenzione dei mezzi e delle infrastrutture, sia all’adozione di dispositivi specifici. In fase preliminare all’avvio del piano, ATM ha realizzato una mappatura completa dei mezzi e delle infrastrutture secondo l’indicatore Full Handicap Compliance (FHC), da cui è emerso un livello di accessibilità , per quanto riguarda le disabilità  motorie, pari al 59% per la metropolitana e a circa il 75% per la rete di superficie, valore per cui Milano si colloca, a confronto con le più grandi metropoli del mondo, in posizione intermedia, ma in posizione superiore rispetto a città  europee come Londra e Berlino.

In metropolitana l’accessibilità  per le persone con disabilità  motoria è garantita da 81 impianti montascale e da 76 ascensori; oltre a ciò, nelle stazioni della metropolitana sono installate complessivamente 305 scale mobili. Sono anche aumentati i controlli e l’attività  di manutenzione per mantenere efficienti gli impianti ed allo stesso tempo si lavora per incrementare il numero di ascensori: nel 2010 saranno installati gli impianti a Loreto M1/M2 e Cernusco M2. L’obiettivo del piano è di migliorare il livello di fruibilità  del trasporto per le persone con disabilità  da una parte e, dall’altra, di assicurare un più comodo e facile uso dei mezzi alle persone anziane, alle famiglie che viaggiano con i bambini o a chi si sposta con bagagli.

RinnovandoLe la nostra disponibilità  per ulteriori esigenze, Le inviamo cordiali saluti.
ATM SPA – Relazione con i Clienti

Articolo tratto dal sito Quinto Stato e pubblicato oggi anche sul Manifesto.

Una vera riforma del lavoro deve sganciare i diritti dalla subordinazione

di Roberto Ciccarelli

“Quando si parla di professioni ordinistiche e non ordinistiche, di partite Iva o lavoro autonomo €” afferma Dario Banfi, membro dell’Associazione dei consulenti del terziario Avanzato (Acta), e autore con Sergio Bologna di Vita da freelance €” si pensa solo a persone che pagano le tasse. Quando invece si parla del loro lavoro, allora vengono fatte sparire dal tavolo».

Cosa effettivamente accaduta al tavolo della «verbalizzazione» tra Governo-Confindustria-Sindacati dove mancava all’appello un terzo della forza-lavoro attiva in Italia. Al suo posto c’era il suo fantasma, quello delle «finte partite Iva». «Nessuno nega l’esistenza di questi abusi €” continua Banfi €” ma così si rischia di non distinguere il lavoro autonomo reale da quello subordinato. I veri consulenti rischiano di perdere il posto dopo sei mesi».

Basterà  l’intervento dell’ispettorato del lavoro per risolvere la piaga delle “false partite Iva”?

Non credo. àˆ uno spauracchio che non basterà  a far desistere dalle assunzioni irregolari. Il percorso è molto più complesso di una semplice data sul calendario. Intanto mettano più soldi sulle ispezioni. E poi permettano un patrocinio gratuito nei contenziosi, non importa se lo fa un sindacato o un’associazione. La verità  è che nessuno ha una risposta, perché il problema non se lo sono nemmeno posti.

Per quale ragione?
L’unico interesse è rimarcare l’esistenza di un’irregolarità , non di sostenere il lavoro indipendente. àˆ un’impostazione molto tradizionale che non intacca la struttura del mercato del lavoro che, a parte la modifica dell’articolo 18, resterà  simile a quella attuale.

Qual è l’idea ispiratrice di questa politica?
L’ideal tipo del lavoratore che fa capo al dipendente a tempo indeterminato. Tutto quanto ruota intorno a questa impostazione, anche quando gli si vuole togliere qualcosa. Si modificano gli istituti contrattuali e le forme di protezione del lavoro sempre basandosi sulla tradizione di riforma di questi istituti. Un riformismo reale dovrebbe invece sganciare i diritti dai vincoli della subordinazione. Un lavoratore, in quanto cittadino, dovrebbe avere gli stessi diritti quando esercita una professione, lavora come dipendente o fa l’artigiano. Invece questa riforma millanta un’estensione universale dei diritti.

Alludi all’assicurazione sociale per l’impiego (Aspi)?
àˆ una furberia. Vuole allargare la platea dei beneficiari di sostegno al reddito ma, allo stesso tempo, abbassa l’importo totale dell’indennità  per singola unità  e restringe il periodo di erogazione, passando da 18 a 12 mesi. In termini assoluti può sembrare un vantaggio avere un sussidio di 1119 euro lordi al mese, cioè 800 netti, ma non è così. Forse si pensa che, con un sostegno minore, queste persone si daranno da fare a cercarsi un lavoro. Non sempre però esistono soggetti che sanno muoversi sul mercato e hanno bisogno di politiche attive che qui mancano.

Eppure Monti sostiene che questa riforma sia ispirata al modello tedesco€¦
E con quali mezzi? In Germania, per intenderci, il personale pubblico che si occupa di servizi per l’impiego è circa quattro volte superiore all’Italia. Le persone continueranno a cercare lavoro, ma riceveranno un sostegno sempre più basso. Il governo dirà  di avere creato una mobilità  sociale. Ma sarà  vero sulla carta. Mancherà  sempre di più la coesione sociale. In questa situazione si trovano già  oggi milioni di persone.

Cosa devono aspettarsi gli autonomi e i parasubordinati?
Devono fare attenzione. Sono quasi certo che nelle commissioni di bilancio si cercherà  di alzare la contribuzione dei lavoratori autonomi per pagare gli ammortizzatori sociali delle altre categorie. Per i parasubordinati è quasi certo. Dicono che gli autonomi paghino poco rispetto ad un dipendente. Ma se una partita Iva paga il 27,72 per cento di previdenza, siamo proprio sicuri che in questa cifra non sia già  inclusa una componente di costo realmente, e non solo formalmente, equivalente? Come Acta abbiamo dimostrato l’esistenza di un cuneo contributivo fortemente sperequato a svantaggio degli autonomi che, in cambio, non hanno alcuna tutela. L’unica alternativa è rimodulare i costi dell’assistenza e dei servizi sociali associati. Per tutti.

Vexata questio alla quale Veneto Lavoro nel numero di “Misure” di Gennaio/2012 risponde in questo modo:

Sul numero delle tipologie contrattuali, esiste una vulgata che tende a esagerarlo: secondo il Corriere della Sera (pag. 6) del 30 dicembre, i tipi di contratti atipici presenti in Italia sono 34; sul Fatto quotidiano del 3 gennaio 2012 vengono menzionate le “oltre 40 forme contrattuali che tutti dicono di voler cancellare”; nell’intervista al Corriere della Sera del 19 dicembre Susanna Camusso cita 52 forme contrattuali atipiche “da cancellare”.  Si tratta di numeri che (mal) utilizzano una complessa classificazione dei rapporti di lavoro atipici originariamente proposta dall’Istat nel 2002 (cfr. Istat, Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2001, Roma, maggio 2002, pag. 150) intrecciando tre caratteristiche dei rapporti di lavoro: durata temporale della prestazione (permanente/temporanea), orario di lavoro (pieno/ridotto), diritti previdenziali (interi, ridotti per lavoratori dipendenti, ridotti per lavoratori autonomi); in tal modo l’Istat individuava 31 tipologie di lavoro atipico (18 “strettamente atipiche” e 13 “parzialmente atipiche”). Nel 2004, l’Istat (cfr. Istat, Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2003, Roma, maggio 2004, pag. 238), nel nuovo quadro regolamentare emerso con l’approvazione della legge 30/2003, individuava nel mercato del lavoro italiano “21 differenti rapporti di lavoro, diversi dall’impiego €˜standard’ i quali, a seconda della stabilità  del contratto o della durata del regime orario, possono essere applicati secondo 48 modalità  diverse. Di queste 34 possono essere valutate come pienamente atipiche, mentre le altre 14 possono essere considerate solo parzialmente atipiche. 28 modalità  diverse sono caratterizzate dall’assicurazione al lavoratore del godimento di pieni diritti previdenziali, mentre altre 20 modalità  offrono una tutela previdenziale ridotta o nulla.