Qualche giorno fa sono incappato nel post di Mantellini sull’evasione fiscale (dove in sostanza si racconta che taluni piccoli imprenditori non ottengono un fido perché hanno volumi troppo bassi di affari dichiarati) e ho avuto due reazioni istintive:
1) mi sono chiesto che posizione fosse quella “discretamente dirigenziale” e se ne esistesse una “sufficientemente impiegatizia” e che cosa fanno entrambe quando vengono a conoscenza di attività di evasione;
2) mi ha lasciato perplesso, leggendo anche i commenti, il fatto che nell’immaginario collettivo si sottovaluti sistematicamente l’evasione degli oneri sociali e contributivi.
La più recente indagine IRES-CGIL sul sommerso, riprendendo un’elaborazione del Sole 24 Ore, dimostra infatti chiaramente come la quota più elevata di nero [Cfr. grafico che rappresenta le diverse tipologie] in Italia riguardi proprio il lavoro.
E a questo proposito non è male ricordare che nella recente manovra finanziaria si è scelto di puntare su queste iniziative e sull’introduzione degli indici di congruità e sull’estensione del DURC.
Qui non c’entrano i blog, Internet e tutta la vicenda cara agli impallinatori della carta stampata. La storia è ben diversa. Distante anni luce da chi si diverte a trovare refusi su Corriere.it o agenzie di stampa, oppure a pesare il numero di immagini di scosciate messe in home page. Sto parlando del precariato nel giornalismo nostrano, una materia che non sarebbe male che si conoscesse di più, anche tra chi scrive online.
Sanzioni certe e più controlli: sono questi i metodi principali per contrastare le irregolarità del lavoro. Ogni altro sistema è un palliativo. Per