So hungry so foolish

In memoria di Alberto D’Ottavi, giornalista, blogger e imprenditore. Scomparso un anno fa, il 26 settembre 2014.

Esiste una memoria elettronica e una del cuore, ma nel caso di Alberto D’Ottavi, per chi lo ha conosciuto da vicino, la distinzione era davvero impercettibile. Il suo contatto su Skype, su smartphone o Facebook non era dissociabile dai modi gentili e dalla sua passione per l’Hi-tech, unica, competente, contagiosa e folle, che ha saputo trasferire in rete, tra gli amici, nel mondo dell’informatica e del giornalismo Hi-tech. A distanza di un anno dalla sua morte, ha senso ricordare (almeno per me) almeno due, tre cose che ha saputo lasciare in pegno, come sfide vive e visioni prospettiche sul nostro Paese e sul mestiere di chi è chiamato a innovare. Provo a scriverne, in breve, sapendo comunque di tradire molto.

albertoÈ sempre stata una convinzione di Alberto, diventata un modo di vivere e di comunicare, che l’intelligenza connettiva fosse la moneta di scambio più forte per costruire valore. In primo luogo (sì, ma come fare?) occorre mettere insieme idee, persone, progetti con il collante della tecnologia per abbreviare distanze, amplificare gli effetti di risonanza e rendere veloci e più economiche le fasi di avvio di ogni iniziativa “produttiva”, intesa in un senso più generale possibile, comprendendo cioè anche i rapporti umani, la condivisione di risorse e i sogni. La formula chiave? “Ti metto in contatto con…“. Una versione umana – forse di ritorno, per chi ha masticato tanto Web in questi anni – dell’Hyperlink e che Alberto sapeva declinare con passione. Sei gradi di separazione erano troppi senza social media.

La seconda cosa che ricordo di Alberto è la sua innocente, disarmante passione verso il nuovo e utile. Ogni novità – diceva – va verificata e criticata, ma poi condivisa: non esiste innovazione nelle stanze chiuse e non esiste progresso senza il carico faticoso della sperimentazione. Bisogna scommettere, ogni tanto, con un pizzico di follia, su qualcosa, magari sbagliando (OS/2 non andò lontano, caro Alberto, ICQ fece però più strada…). Questa filosofia è distante anni luce da chi si adagia su uno status quo, si fregia di titoli e rendite da posizione (sociale, culturale, tecnica). È un modo di pensare al proprio lavoro e al cambiamento come raramente si vede realizzato e vissuto in Italia.

Nell’ultima telefonata, tre giorni prima che fosse stroncato da un ictus, mi disse di essere convinto che le App avrebbero avuto un breve destino e presto sarebbero scomparse: le tecnologie responsive e adattative, avrebbero riportato in Rete gli applicativi per dispositivi mobili. Non era un’affermazione banale, neppure estemporanea. Riconobbi un tifo spudorato (quasi affamato, hungry) per il Web, la capacità di leggere l’evoluzione dei linguaggi artificiali e l’intuizione che la strada fatta da Html & Co. garantisse maggiori chance di Java o Object-C. Intuizione forse giusta, forse sbagliata, vedremo. Sicuramente una visione coraggiosa. La sua terza piccola lezione è la necessità di guardare sempre lontano per capire che cosa stia succedendo oggi, per investire come singole persone, imprenditori e cittadini, senza mai dimenticare le tracce passate. E più si studia l’evoluzione, più si impara a riconoscerla e si apprende come tentare forme eterogenee e contaminate.

Alberto tentò, negli ultimi anni di vita, di portare l’Hi-tech nella moda, con l’iniziativa FTA – Fashion Technology Accelerator. Ma che cosa c’entra il Cloud con un figurino, una tecnologia responsive con un tessuto? La risposta esiste. Se conosci bene la tecnologia e il mercato di riferimento il nesso non ti sfugge. E se riesci perfino ad astrarre regole di questa logica, ti ritrovi in mano la chiave dell’innovazione. Facile da scrivere, ma come capirlo? Non è un caso che Alberto, cercando di trasmettere questa competenza, unica nel suo genere, una via di mezzo tra giornalismo-informazione-imprenditoria, ne scrivesse molto online (sempre più con flash, anche brevi, via Twitter), cercasse di raccontarla in pubblico, la insegnasse in Università, ancora una volta intuendo la portata della tecnologia sui giovani, più recettivi e capaci, spregiudicati nel coltivare trame diverse e contaminazioni. Il sapere non è mai tale se non è condiviso.

albertodotDiverso, invece, è saper valutare. Non lo disse mai, per una reale e forse troppo educata modestia, ma sempre lo dimostrò ex vivo, in prima persona, che il giudizio sull’innovazione spettasse in primis a persone esperte. Come lui, certamente. È un dovere – e talvolta un piacere se trovi i canali di comunicazione per farlo (perché non gli diedero la direzione di Wired per me resterà sempre un mistero) – che spetta a chi ha maturato un bagaglio anche e soprattutto storico di vissuto tecnologico e imprenditoriale. È una chance che in seguito va lasciata, però, necessariamente, al mondo della Rete e al consumo, alla prova cioè dei fatti e alla forza intrinseca del mezzo e dell’innovazione da misurare.

On tech culture and society since 1991“, recita la breve biografia sul blog di Alberto. Cinque anni dopo essere entrato in questo mondo, fece una tesina per diventare giornalista professionista dedicata alle Wearable Technologies. La scrisse nel 1996! Il consiglio, per chi cerca una risposta oggi a che cosa significhi innovare, è di sfogliare il sito storico di Alberto, www.infoservi.it, perché buona parte del suo sapere e delle sua intuizioni sono depositate qui. È un peccato se dovessero andare perse.

In ultimo, vorrei ricordare una lunga intervista che mi concesse D’Ottavi e che pubblicai all’inizio del libro “Vita da freelance” (Feltrinelli, 2011). Nel testo citai, come esempio di lavoratore indipendente, soltanto Alberto. Era l’unico di cui mi fidassi e che stimassi d’avvero per l’onestà professionale. Questo è il passaggio del libro (pagg. 36-37):

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[…] Se anche un freelance non sa come pagarsi una pensione, non ha certo il problema di crearsi una casella di e-mail per comunicare, cercare informazioni pubbliche, costruirsi un sito dove riportare anche soltanto pochi banali dati personali e professionali. Il passo per uscire dall’invisibilità è breve, un’opportunità e al tempo stesso una scelta pericolosa secondo vecchie logiche di cooptazione, affiliazione o “protezionismo lavorativo”. Espone alla molteplicità di relazioni, mostra la vita del lavoratore nel suo complesso e non soltanto nella parte che interessa la domanda. Alcuni recruiter americani dichiarano candidamente di scartare gran parte delle persone preselezionate dopo avere visitato il loro profilo su Facebook. Perché allora mettere online se stessi, portare su un blog il proprio sapere? Affrancarsi da ruoli codificati all’interno di organizzazioni strutturate? Semplice, per guadagnare nuova fiducia e costruire quella soggettività che possa esprimere al meglio il proprio potenziale biopolitico. Lo racconta molto bene Alberto D’Ottavi, giornalista professionista che negli ultimi dieci anni ha modificato la sua occupazione, passando per ben due volte da posizioni di lavoro dipendente ad autonomo e che oggi esercita stabilmente la libera professione in maniera indipendente, come consulente, formatore e blogger specializzato sui temi dell’innovazione tecnologica. Lo abbiamo incontrato a The Hub, uno spazio attrezzato per il co-working presente a Milano:

In passato ho svolto attività di giornalista “classico”, in redazione, arrivando a fare anche il direttore di testata. Oggi come freelance ho deciso di ampliare lo spettro d’azione professionale. Le testate non pagano il lavoro autonomo in maniera dignitosa. Mi sono quindi chiesto che cosa fare del mio sapere accumulato in quindici anni di attività giornalistica nel settore hi-tech in assenza di un mercato abbastanza ampio per guadagnare in modo adeguato con il mio lavoro. Ho semplicemente continuato a fare quello che sapevo fare, ma mettendo online un prodotto mio, costruendo un profilo più articolato di consulente e libero professionista. Tutto ciò che scrivo è diffuso gratuitamente. Oggi alimento una decina tra social network personali e spazi di pubblicazione incrociati, da un blog a profili su Facebook, Friendfeed, Flickr ecc. Mi sono specializzato sui social media e sulla valorizzazione del capitale intellettuale nel mondo IT. Il mio canale Twitter è uno dei cinque italiani tra i primi mille al mondo nel segmento hi-tech, seguito da oltre 12.000 follower. Il sito Infoservi.it riceve moltissime visite al giorno, gli iscritti ai feed sono un migliaio e ho oltre 3000 “amici” su Facebook, con un’audience superiore a molte piccole e medie testate tradizionali. Che cosa guadagno? Autorevolezza e fiducia. Questo mi consente di incontrare moltissime persone in ogni parte del mondo, imprenditori o giovani creativi, scoprire progetti di start-up, avvicinarli e aiutarli in alcuni casi o raccontare semplicemente le loro storie. La presentazione pubblica del mio sapere e l’attività permanente di lavoro giornalistico di scouting del nuovo nel mondo tecnologico e di contemporanea riflessione e incrocio con argomenti di storia dell’innovazione mi ha consentito di trovare uno spazio di insegnamento alla Nuova accademia delle belle arti di Milano e svolgere consulenze per orientare il business di chi opera nel settore e sul web 2.0. A questo ho aggiunto anche un pizzico di intraprendenza, con una start-up, cofondata con un amico e collega, che offre un servizio di social e-commerce. Come blogger ho intervistato liberamente, senza trarne profitto diretto, persone del calibro di Chris Anderson di “Wired”, David Weinberger di Cluetrain Manifesto, Cory Doctorow di BoingBoing, Tim O’Reilly, Dan Rose di Facebook, Joi Ito di Creative Commons. Quest’ultimo lo incontrai da vicino, casualmente. Alla fine di un convegno mi invitò a pranzo perché vide che ero l’unico a dare una prova “esibita” del mio interesse alle sue parole, scrivendo e facendo live-blogging di ciò che raccontava. Ecco, la mia professionalità si basa oggi proprio su questo: elevata specializzazione nei contenuti trattati, informalità, attenzione alle relazioni simpatetiche, curiosità e una costante azione di networking professionale. Alla fine faccio sempre lo stesso mestiere, lo specialista e divulgatore, a volte come giornalista, altre come docente o public speaker, talvolta come consulente.

Per Alberto, come per molti altri lavoratori professionali autonomi, sono questi gli ammortizzatori del rischio che deriva dall’autonomia e dall’individualizzazione del lavoro. Invece di replicare il modello dell’economia di scala basata sulla granularità del sapere rivenduto al pezzo (giornalistico), ha costruito un sapere tacito che dimostrasse autorevolezza e capacità produttive di qualità, superando ogni arroccamento nel mondo del professionalismo. L’individualizzazione, alla quale la decostruzione del sistema fordista l’ha portato, e il rischio associato sono controbilanciati dall’insieme di pesi e misure derivanti dal network sociale su cui poggia la sua attività. Alla sperimentazione e all’autoapprendimento costante, che nei blogger è forma di esibizione e al tempo stesso di archiviazione in un deposito digitale personale del sapere accumulato, è affiancata una precisa consapevolezza dei rischi da assumere e una responsabilità che si esercita in prima persona, al di là di ogni rifugio nella delega, nella spersonalizzazione delle scelte o nella mera esecuzione di compiti. Processi, capacità e intenzioni trovano nella tecnologia strumenti che possono rispondere alle esigenze del lavoratore autonomo forse anche meglio di quanto avvenga nelle imprese dove ai dipendenti spesso neppure è concesso il ruolo di amministratore della macchina su cui lavorano. Insieme al sapere individuale sono forse l’unico punto di relativa stabilità intorno al quale ruota la continua modificazione dei percorsi lavorativi dei professionisti indipendenti. […]

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Morire è questo, non sapere più di essere morto, scriveva Cesare Pavese nel primo dopoguerra. E non poterlo più condividere. Spetta così agli altri ricordare. Allora, però, non esisteva Internet e la memoria collettiva era affidata a pochi. Oggi – belìn – non è più così, per fortuna, avrebbe detto Alberto. E puoi rendere presente e ringraziare qualcuno anche se è lontano.

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