Molto forte, incredibilmente vicino

Molto forte, incredibimente vicinoSono un convinto assertore dell’efficacia delle tecnologie digitali per lo svolgimento delle professioni intellettuali. Ho scritto un libro e continuo a ripeterlo: servono, velocizzano, raggiungono un pubblico più vasto, aumentano la produttività individuale. Ma sono anche un inguaribile realista. Prima di ogni teoria, c’è il mondo circostante che si tocca con mano. I fatti sono là, prima dei giornalisti. Le notizie vengono prima dei commenti e il mondo prima della sua rappresentazione.

Prima non significa “senza”, ma per intenderci continuo a credere che la telefonata alle proprie fonti, l’incontro con le persone, la presenza sui luoghi dove le cose accadono e vengono dette, sarà sempre più importante della ricerca su Google, quando si tratta di trovare, scoprire, capire. E credo che se qualcosa cambierà nell’editoria sarà per una questione di costi, non per la mancanza di efficacia della tattilità o per la fisicità di un supporto, che conserva un sostrato di realtà molto forte, incredibilemente vicino. Conta più il costo del lavoro e della carta in questa vicenda, più di qualsiasi teoria del revanchismo dei blog o della rapidità delle informazioni. E non mi convince per niente la centralità di talune competenze per lo svolgimento dei nuovi lavori.

Non voglio sapere oggi quando (e se) veramente sparirà il New York Times cartaceo. Ma chi scriverà più brani come questo, tratto da Molto forte, incredibilmente vicino, di Jonathan Safran Foer, [che consiglio di leggere, sempre se non preferite gli e-book]?

[..] “Papà mi rimboccava sempre le coperte e mi raccontava delle storie bellissime e leggevamo il New York Times insieme e qualche volta fischettava anche I Am the Walrus, perché era la sua canzone preferita anche se non riusciva a spiegarmi cosa voleva dire, che mi dispiaceva. Una volta davvero fortissima è stata quando ha trovato sbagli in tutti gli articoli che abbiamo guardato, ma proprio in tutti. A volte erano errori di grammatica, altre di geografia, o sulle cose successe, e qualche volta era semplicemente che l’articolo non raccontava tutta la storia. Io ero contentissimo di avere un papà più intelligente del New York Times, e mi piaceva da matti sentire sulla guancia i peli del suo petto attraverso la maglietta, e il profumo di schiuma da barba che aveva sempre, anche alla fine della giornata. Stare con lui mi calmava il cervello. Non dovevo mai fare invenzioni.

È il racconto di un bambino newyorkese di nove anni, che ha perso il padre l’11 settembre 2001.

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