Il Coworking e le politiche comunali per il lavoro

A distanza di più di un mese pubblico l’intervento che ho tenuto durante la serata “Dal coworking al coprojecting a Milano: uso innovativo di spazi fisici per spazi immateriali e sociali” che si è tenuta il 4 maggio in via Cesalpino 7, in uno spazio (di un privato) che potrebbe diventare un nuovo coworking milanese. L’occasione, creata da Adriana Nannicini, candidata nella lista civica che appoggiava Giuliano Pisapia alle recenti elezioni comunali, era dovuta alla voglia di discutere di politiche del lavoro nelle amministrazioni comunali in occasione del ballottaggio.

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Perché il coworking?
di Dario Banfi

Mostrare sensibilità  politica sui temi del lavoro è un tratto distintivo importante, soprattutto se parliamo di realtà  che non hanno stretta “pertinenza amministrativa” in materia. Parlo dal punto di vista dei freelance: nei Comuni viviamo e respiriamo, ci spostiamo e incontriamo clienti. Le politiche per il lavoro sono una cosa, ma il fatto di lavorare quotidianamente è un altro, più complesso e ricco come fenomeno. Accade però che sempre di più le politiche per il lavoro (di Regioni o Province) siano guidati da Piani Operativi che non guardano al fenomeno complessivo del mondo del lavoro, ma mettono a fuoco soltanto quelle aree in emergenza, i lavoratori svantaggiati e altre situazioni di crisi, descritte nei PON o POR. E’ un approccio sufficiente per rispondere alle trasformazioni del mondo del lavoro?

Nell’ultimo rapporto della Provincia di Milano in materia si sono presi in esame, per esempio, soltanto i lavoratori soggetti a Comunicazioni Obbligatorie (COB), mettendo completamente fuori fuoco gli indipendenti o i freelance. àˆ certamente un indice di disattenzione, come ha scritto Benedetta Tobagi in una sua recensione di Vita da freelance. Eppure se si riportasse il giusto interesse sul fatto che i lavoratori sono prima di tutto cittadini scopriremmo che esiste una relazione importante tra lo spazio di vita, territoriale e locale prima di tutto, l’esercizio dell’attività  quotidiana e la qualità  del lavoro professionale, la sua dignità , oltre che il valore riconosciuto pubblicamente.

Perché un Comune dovrebbe occuparsi di lavoro?

Per i lavoratori dipendenti €” pensando alla qualità  del lavoro – si parla spesso di worklife balance, ovvero di giusto rapporto tra tempo di vita e di lavoro, oppure di total reward con cui si indica quel compenso fatto di elementi retributivi e ulteriori agevolazioni, servizi di mensa, asili aziendali ecc. Gli interlocutori sono facili da identificare: lavoratore da una parte e azienda dall’altra. Per il mondo freelance le cose sono molto diverse: l’equilibrio si estende nel tempo, perché realmente non ha orari prestabiliti e nello spazio visto che la città  diventa realmente il suo open space e la casa soltanto un angolo più silenzioso dove lavorare.

Se è vero che il mondo delle professioni abbia un ruolo fondamentale in un’economia come quella di Milano e che questo mondo ha una forte componente di lavoratori della conoscenza indipendenti, è giusto capire quale sia l’equilibrio corretto (balance) che una città  come questa debba offrire tra vita e lavoro dei freelance. Partiamo dagli spazi, visto che l’evento è dedicato alle esperienze di coworking.

Prima considerazione. Finora abbiamo assistito alla nascita di spazi per la condivisione del lavoro realizzati da cordate di omologhi. Commercialisti, architetti, avvocati. Studi associati, in sintesi. La liberalizzazione del Decreto Bersani non pare avere dato quella scossa verso la contaminazione degli Studi, dove tra l’altro passano sempre più giovani che si bloccano in percorsi senza grande futuro. Il singolo che vuole tentare la strada del freelancing da dove inizia invece? Da quale spazio? Il suo. La sua casa, il suo spazio domestico.

Secondo passo. Pensate a questo fatto: uno studente quando studia produce soltanto qualcosa per sé? E’ stato calcolato che uno studente che prende il volo da Milano agli Stati Uniti a fine studi di specializzazione universitaria fa perdere al nostro Paese una capitalizzazione in “capitale intellettuale” per un valore di 1 milione di Euro (in soldi messi sulla sua formazione). Soldi risparmiati dal Paese ospitante.

E pensate poi alla funzione delle biblioteche. Non ci sono solo i libri, ma le persone, le loro relazioni. Non esiste, però, un omologo sul fronte del lavoro professionale autonomo. Spazi che raccolgano lavoratori della conoscenza, che siano a misura delle loro necessità  individuali e collettive.

Ci sono spazi per il tempo libero, per la cultura, per lo studio e non per il lavoro. Non per parlare di lavoro, ma per lavorare! Luoghi di questo tipo, immaginati nel contesto pubblico, praticamente non ci sono. Al massimo troviamo luoghi di orientamento a tutto, tranne (curiosamente) all’uso di una partita Iva, un tipo di formazione che viene demandata quasi unicamente a un commercialista.

Non è questione di trovare metri quadri di socialismo reale. Kolkhoz del lavoro intellettuale, ma facilitatori che non creino legami forti, radicamento in senso stretto, ma diano opportunità  e momenti di passaggio in sistemi di filiera, di catena del valore, o di transizione anche soltanto da una condizione di lavoro a un’altra e che siano soprattutto riconosciuti pubblicamente, non dalla politica come “concessione”, ma dal sistema produttivo e sociale, che possano scoprire e impiegare attivamente questi nuovi ambienti come spazi di germinazione del pensiero professionale e identificare il mondo freelance che emerge come referente per innovazione e sviluppo.

Coworking ProjectChiariamo. Questi spazi non esistevano fino a pochi anni fa. Da qualche tempo che esistono soluzioni di coworking di tipo privato o creati da associazioni. Se n’è fatto il punto durante il CowoCamp di qualche mese fa a Milano. Il CowoProject di Massimo Carraro, per esempio, ha già  tre anni di vita. Alcune esperienze nascono da iniziative legate alle banche delle ore, altre da start-up private, altre ancora da capitali investiti da multinazionali. Non esiste un modello di coworking, ma esistono certamente i coworker.

L’esperienza di ACTA è di altro tipo ancora. Nasce da una filosofia “mutualistica” tra lavoratori indipendenti. L’idea è di trovare una location per il lavoro e anticipare a livello collettivo le spese, chiedendole indietro, a prezzi davvero accessibili, a chi ha bisogno di spazi di lavoro. Il Cowo ACTA è piccolo, è un ufficio e senza risorse per aiutare il cosiddetto “sviluppo” individuale. Altri, come The Hub, hanno invece importanti sostegni economici da operatori privati e possono immaginare iniziative anche di grandi dimensioni, soprattutto sul fronte dell’orientamento.

the_hub

Che cosa c’entra il Comune di Milano? Obiettivo di una città  è fare sentire al mondo professionale la sua importanza e portarlo allo scoperto. Se vogliamo volgarizzare la questione: usarlo! Finora si è sviluppata una specie di “mobilità  sedentaria” dovuta a Internet, coniugata con il lavoro solitario del freelance, ma sempre di più emergono nuovi bisogni di socialità , che sono del tutto diversi da quello del lavoro salariato. Una buona città  dovrebbe sperimentare idee su questi bisogni.

ACTAChi me lo fa fare di uscire dall’inferno di casa per trovare un altro inferno in città ? Un’idea banale, di base, proposta per esempio da ACTA è quella di trovare abbonamenti dei mezzi pubblici non solo concepiti sul lavoro dipendente/pendolare: tessere giornaliere/settimanali più flessibili sul modello Londra. Oltre allo spostamanto c’è però anche il lavoro. Oggi gli spazi di condivisione come i coworking €” che si stanno sviluppando moltissimo nei Paesi a elevata industrializzazione – hanno una grande forza per almeno tre motivi:

  1. creano opportunità  di scambio, ovvero una nuova mescolanza. Non ci sono soltanto i social network per cercare le persone o “partner”. C’è anche il networking reale e chi non è in grado di farlo acquisisce una sempre maggiore debolezza. In particolare sul fronte internazionale. WecreateNYC a New York e TheCube di Londra hanno, per esempio, istituito un gemellaggio: ognuno ha a disposizione piccoli spazi e tempi dell’altro; quando pensa a iniziative nel Coworking principale lo può facilmente esportare oltreoceano. E’ un modo per creare scambi  iniziative, fare conoscere persone,  riportare in patria i cervelli, volendo, e sfruttare la creatività  e immaginare eventi su dimensioni globali, non più locali;
  2. favoriscono la contaminazione dei saperi. Le professioni sono sempre di più contaminate dalle altre, le specializzazioni si intersecano, le competenze si misurano per differenza e spesso si integrano in progetti svolti da più freelance insieme. Ultimamente ho incontrato un commercialista specializzato in attività  sportive amatoriali, ma pensate alle opportunità  di innovazione nel mettere insieme soggetti diversi;
  3. Wecreatenycaiutano l’accelerazione delle dinamiche lavorative. Per le start-up oggi ci sono molti business center, ma hanno un pregio che è insieme un difetto: inquadrano un modello vincente (studiato e promosso con business plan ad hoc) e lo spingono. Lavorano solo sui vincenti definiti sulla carta o che emergono con i bandi di finanziamento per le nuove imprese. Ma se l’attività  è quella di un traduttore o di un copywriter? Sono soltanto affari nostri? Pensate soltanto a come questo modello abbia conseguenze sulle relazioni di forza: la domesticazione del lavoro ha comportato che dobbiamo per forza andare sempre noi dai clienti per incontrarli, per evitare di ospitarli nel salotto di casa o al bar. Esiste però un insieme di connotazioni lavorative, di tipo ambientale, psicologico, professionale, che riguardano anche i piccoli, i singoli freelance che lavorano su una dimensione personale e che hanno bisogno di trovare un luogo a misura della propria professionalità  per lavorare e presentarsi. Un coworking aiuta in molti casi (non necessariamente in tutti) a portare a galla una spendibilità  forte del lavoratore individuale.

E in ultimo, non si dimentichi, c’è anche un fattore motivazionale. Lavorare da soli è veramente difficile per qualcuno, come racconta per esempio una blogger su 1099 – The webzine for Independent Professionals in un post dal titolo emblematico Home-Office Hell:

Me ne sono andata dall’azienda dov’ero impiegata per essere più libera, vendo spazi pubblicitari, adesso sto qui in casa 60-80 ore alla settimana. Vivo nella Bay Area, come faccio a spiegare  al mio cliente di Boston che quando mi telefona qui sono le cinque del mattino? Vivo con mia madre, che ha 86 anni, a lei piace chiacchierare, entra ed esce dalla mia stanza, mentre sto in linea, il telefono squilla ed il fax vomita fogli di carta…

Ogni professione autonoma ha bisogno di stimoli anche più di quanto avvenga per altri: dobbiamo intercettare la miglior cultura per essere “propositivi” verso il sistema d’impresa. Dobbiamo trovare spazi vivi, confronto e contaminazioni. Finora questo è avvenuto su Internet, ma nulla vieta che la vita reale non possa contaminare questo processo.

Ci sono soggetti che hanno una scala di business ridotta, che non diventerà  mai sistema d’impresa e non vogliono passare da freelance a “capitalisti” o imprenditori. Per loro non c’è spazio in cui trovare ammortizzatori in senso più ampio del termine, spazi dove condividere esperienze, motivazioni o preoccupazioni. Eppure c’è “rischio” anche per i freelance: non trovare occasioni, reti, clienti, però siamo gli unici a non avere ammortizzatori (in senso tecnico) di alcun genere o sostegno al reddito. Molti rischi, zero soluzioni. Se la fiscalità , la previdenza ci chiedono in rapporto al reddito più che a ogni altro, e un Comune non è l’interlocutore giusto per raddrizzare queste cose, i freelance chiedono cose diverse alle realtà  locali, “protezioni dal rischio” che altri hanno che siano nella misura della città , ovvero la capacità  di realizzare luoghi, situazioni, cultura dove sia possibile portare lo specifico del lavoro freelance e la sua enorme capacità  di sperimentare il nuovo.

3 commenti

  1. Non posso che essere d’accordo con quanto da te affermato e cosଠevocativamente argomentato.

    Nel mio piccolo, “all’epoca” (qualche settimana fa) della campagna elettorale per il Comune di Trieste, ho proposto l’istituzione di una sorta di edilizia popolare per lavoratori indipendenti. Nella pratica si tratterebbe di creare quartieri professionali grazie ai quali non solo si possa facilitare, con canoni agevolati, l’attività  del singolo ma anche, grazie agli spazi condivisi, stimolare le sinergie fra persone accomunati dagli stessi interessi.

    La mia idea è che potrebbero fungere anche da motore per quella che si potrebbe chiamare “Delocalizzazione Digitale“: l’opportunità , grazie al Telelavoro, di acquisire e soddisfare committenti di altre città  o paesi, magari – come nel caso proposto – grazie al patrocinio più o meno immanente dell’ente locale di riferimento (il Comune, la Provincia, etc..)..

  2. Buongiorno a tutti,
    innanzitutto voglio fare i complimenti per la vostra proposta sicuramente interessante, per una tipologia di lavoro che sta prendendo sempre più piede ed ormai è una realtà .
    Io sono un consulente del lavoro e conosco molto bene il significato del lavoro di squadra, anche a distanza, perchà© già  lavoro con questo tipo di approccio da anni. Rispetto a tante altre professioni, il mio è un mestiere abbastanza bisfrattato, nel senso spesso c’è confusione sui suoi reali compiti e cosa debba o non debba fare. Il fatto che abbia una serie di conoscenze molto vasta è un valore aggiunto, ma all’occhio delle persone e delle aziende meno attente e come se tu fai tutto e niente al tempo stesso. La questione diventa delicata soprattutto per quanto riguarda i compensi…

    Io sono specializzato nel payroll, ed ho collaborato con diversi studi sempre a Milano ( http://www.studiocassone.it/consulenti-del-lavoro-milano ). Non è semplice affrontare e soprattutto risolvere tutte le problematiche che le imprese hanno, in una realtà  grande e competitiva come Milano (per me che vengo dalla provincia del sud italia€¦).

    Spero di trovare sempre la forza di affrontare le sfide di domani, facendo leva sempre sul gruppo.

    Un forte in bocca al lupo!
    Saluti, Federico

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