Ce n’est pas un blog!
Questo non è un blog, ma un esperimento.
O meglio un’esperienza di lavoro e sul lavoro. È un modesto tentativo, o meglio una palestra, in cui vorrei provare a mettere a fuoco, per portare allo scoperto, opportunità (e limiti) della comunicazione veicolata da Internet sui temi del Lavoro.
Per anni ho assistito allo sviluppo della comunità italiana dei blogger “semiprofessionisti” con la speranza che a fianco delle solite elucubrazioni sul mezzo – e ai molto buoni consigli su come usarlo – emergesse anche una seria riflessione sul rapporto tra blog e pratiche professionali, tra tecnologia e lavoro. Purtroppo l’attesa è andata a vuoto.
Il tema del Lavoro – ancora meglio sarebbe del “proprio lavoro” – stenta infatti a decollare online.

Soltanto la questione “giornalismo” viene presa di mira [le motivazioni sono difficilmente riassumibili qui ora], ma in un Paese dove informalmente esistono 150.000 differenti qualifiche professionali è stupefacente come la comunicazione Web mediata dai blog (e altri sistemi digitali) tenga in ombra quello che succede ai lavoratori italiani nella maggior parte del loro tempo.
In Italia, per un pregiudizio sociopolitico il Lavoro è sempre stato confinato entro limiti angusti, la questione messa a tacere perché appannaggio esclusivo di determinati spazi di confronto: la piazza, il dibattito sindacale, il salotto televisivo oppure, all’opposto, le aule universitarie. Qualcosa si è mosso negli ultimi anni, ma anche i media non hanno saputo bene come comportarsi perché parlare di Lavoro significa costantemente esporsi alla critica sociale. Il Web sotto questo profilo rappresenta un potenziale incredibile per sviluppare il confronto, ma non ha ancora espresso il meglio. È rimasto indietro, per esempio rispetto all’apertura e alla riflessione della comunità tecnologica.
Mentre si sono aperti i microfoni sulla tecnologia e le favolose meraviglie che si schiudono al mondo attraverso Internet si è smorzata la voce sulle politiche sociali, sulle retribuzioni, la valorizzazione del merito, il sistema di Welfare, i poteri che definiscono i rapporti di lavoro, la rappresentanza e l’universo delle pratiche reali che ruotano intorno alle prestazioni professionali o alle organizzazioni. In realtà si tace in primis sul proprio lavoro perché la tradizione italiana impone di non dire a nessuno, per esempio, quanto si guadagna oppure chi ci ha raccomandato..
In my humble opinion, anche online finora è accaduta la stessa cosa: mai discutere delle fonti di reddito, delle relazioni di lavoro, dei percorsi virtuosi e delle sconcezze della propria vita professionale, se non quando il giocattolo si rompe.. Da noi abbondano i blog dei precari e dei ricercatori malpagati del pubblico impiego. Ed è positivo, ma provate a cercare anche una discussione di un direttore del personale, un blog di un head hunter o di un vostro diretto superiore, di un medico che descrive la vita in ospedale o di un segretario comunale..

Online il lavoro di rimozione della questione Lavoro è assordante con il suo silenzio.
Eppure chi accede alla Rete, partecipa alla costruzione di un’opinione pubblica non mediata, chi legge, scrive, commenta ecc.. chi partecipa cioè alla realizzazione della blogosfera (che brutto termine!) svolgerà pure un’attività.. Ma quali sovrapposizioni si mettono in gioco tra vita, lavoro e Internet e quali distanze si mantengono rispetto al mestiere principale svolto quotidianamente?
Per anni [e oggi ancor di più] ho avuto la sensazione che i contenuti pubblicati dai blog personali assumessero la connotazione di una deriva favolistica. Le reti sociali, i gruppetti di blogger che tra loro si danno pacche sulle spalle, come portano a casa lo stipendio? Sarà volgare dirlo, ma è proprio questa la questione che vorrei capire col tempo. Parlando di lavoro e spero con chi vuole parlare del suo lavoro.
E poi. Mi piacerebbe capire quale rapporto esiste tra produzione di valore sociale e ricompensa, tra la reale produttività personale e la posizione in una comunità di interessi, tra carriera/realizzazione personale e relazioni virtuali e reali.
Sono certo – ma vorrei scoprirne le ragioni – che la gratuità dell’attività del blogger non oltrepassi mai determinati limiti, così come accade che nella realtà siano statisticamente sempre più i figli dei benestanti e non degli operai ad andare dall’analista. Esiste cioè un margine sociale all’ozio [beninteso ozio creativo, positivo] e un discrimine concreto e tangibile tra chi ha l’opportunità di scrivere online e chi non ha né interesse né tempo. Questo limite ha certamente a che fare con il lavoro che ciascuno svolge. Ne sono certo.
Così come sono convinto che la nascita e lo sviluppo di una comunità estesa di cittadini che partecipa alla “vita online” sia una conquista sociale. Non c’è dubbio, positiva e democratica, ma che ha dei margini e delle ombre da comprendere. E non sono limiti soltanto tecnici o legati a un generico digital divide: l’approccio tecno-logico alla Società digitale è insufficiente oggi per capirla a fondo perché è nel rapporto tra dentro e fuori, tra uguale e diverso, tra blog e totalmente altro che spesso nascono le interpretazioni più rispondenti al vero e che chiariscono ragioni, opportunità e rischi.
Si pensi, per esempio, alla questione “pay-back”, ovvero alla domanda “Che cosa guadagno a partecipare attivamente?” Entrare in Rete non spaventa gli “investitori” ovvero i cittadini che si avvicinano al meccanismo del blogging. Perché? Eppure non tutti restano affascinati da questo mondo affabulatorio, da questo linguaggio e dai sistemi di self-publishing. C’è chi se ne frega allegramente di Internet. O chi non ce la fa a bloggheggiare a tempo perso appunto perché ha un determinato lavoro.
La risposta non è ascrivibile soltanto a questioni tecniche. Ha a che fare con un fattore sociale ed è per questo che il tema del Lavoro non può rimanere fuori dal dibattito. Se anche non volete chiamarlo Lavoro, si pensi alla possibilità di “capitalizzare” il sapere e (non dimentichiamolo!) il saper fare. D’altra parte, però, non è neppure soltanto una questione squisitamente economica [anche se certamente è la parte che più mi affascina], ma riguarda in generale le intersezioni che sussistono tra conoscenza, competenze, reddito, organizzazione del lavoro, cittadinanza, rappresentanza e produzione di valore sociale e personale.

Sono convinto che la libertà di comunicare via Internet si sovrapponga sempre alla creazione di spazi sociali che molto hanno a che vedere con l’aspetto retributivo con cui il mercato in cui viviamo o le differenti organizzazioni quotano il nostro tempo. Non è materialismo (vista la “materia” dei blog), ma semplicemente un approccio pragmatico. Esiste una sociologia del blogger che non è ancora stata messa a nudo o forse più che una sociologia, un dizionario socio-economico. Mi piacerebbe leggere qualche studio sull’orario in cui si producono di più i feed oppure sulle fonti di reddito dei primi 30 blogger italiani.. ma a parte queste mie malsane curiosità, diciamo “meta-analitiche”, credo che esista una relazione primaria e forte tra Comunicazione aperta, Tecnologia e Lavoro ed per questo che nasce questo blog.
Per anni ho scritto e parlato di tecnologie e avrei potuto [non oso dire contribuire] incrementare la discussione in materia con un altro blog su Internet, il Web 2.0 e bla-bla-bla le solite (pur interessantissime!) palle su cui credo di capire a sufficienza per riuscire a scovare le patenti sciocchezze che circolano online, ma vista la deriva autoreferenziale, nominalistica e citazionistica, la discussione sulla tecnologia mi sta decisamente stomacando… Troppo distante dalla realtà della (mia) vita lavorativa di ogni giorno.
Ho preso tempo, per fortuna, prima di approcciare questo esperimento. In realtà humanitech era già pronto nel 2003 [al tempo era dedicato alla tecnologia], ma “più che il dolor poté il digiuno” e abbandonai. Poi un concorso di cause, tra le quali certamente il fatto di essere pagato per scrivere un libro che spiegasse come usare Wordpress (di fatto facendomi retribuire il tempo con cui ho costruito questo blog), mi hanno convinto a riprovarci.
Con una idea chiara, però, in testa: il principio di realtà. Preferisco lasciarmi oggi distrarre da questo piuttosto che da tutte le diatribe tecnosofiche perché sono forzato a credere – dal contesto sociale in cui lavoro (e soprattutto da quello in cui ho lavorato) che prima dell’espressione – e delle tecnologie che la abilitano – venga il diritto all’espressione e la necessità cogente di rendere concreto ogni sforzo intellettuale, ogni impegno. In altre parole, che ogni prodotto veda riconosciuto il proprio valore.
Prevale il principio di realtà anche perché tra quello in cui credo c’è, ai primi posti, l’Informazione e dietro a questa una dimensione pubblica e dietro a questa purtroppo molti mondi e molti (troppi) interessi.

E allora a seguire le questioni che mi sono posto: si può parlare di Lavoro da un blog? Di soldi, di carriere, di pensioni, di formazione, di speranze, di aspettative, di talenti, di organizzazioni e di diritti? Sì, credo di sì.. anzi.
Sono convinto che in un periodo storico in cui il mercato del lavoro sta cambiando, in cui la parola “precario” è sulla bocca di tutti [e forse proprio perché senza vergogna è sulla bocca di tutti], in cui le forme tradizionali di rappresentanza hanno assunto più una connotazione protezionistica che di trasferimento ed esercizio di una responsabilità, in cui la retribuzione del sapere sta scivolando silenziosamente sotto la suola delle scarpe, in cui il talento è irriso, messo alla porta a favore delle solite infami raccomandazioni, in cui chi ha acquisito diritti fa tabula rasa di ciò che gli sta intorno.. sono convinto, dicevo, che in questo contesto parlare online di Lavoro sia oggi un dovere.
È tristemente necessario anche soltanto per abbreviare le distanze e i tempi, per portare alle luce le tracce di un’evoluzione sociale così importante che – sebbene influenzata da nuovi fenomeni di tipo “digitale” in cui comunque credo molto – si confronta sempre con temi come l’uguaglianza, il merito, l’autonomia del lavoratore, il valore della persona o la realizzazione professionale (che non necessariamante c’entrano con il Web).
Della maturazione di questa convinzione personale sono grato a chi in questi anni mi ha fatto capire che svolgere un mestiere è un fatto insieme individuale e collettivo. Ho compreso infatti soltanto ultimamente, in un periodo in cui ho dovuto costruirmi ex novo una posizione di lavoro autonomo, che ogni mestiere è certamente in primo luogo un fatto personale, unico, che ha una precisa deontologia [esiste, ne sono certo, un’etica della scrittura in senso lato, che rimette in gioco sempre e comunque chi sceglie un mestiere e in questo crede], ma al tempo stesso è una questione sociale e pubblica. Sempre. Anche se legata a rapporti di lavoro privati. Perché ne va del diritto (a realizzarsi, in primis) e della cittadinanza attiva.
È una questione insieme individuale e collettiva non tanto secondo l’usanza di moltissimi blogger che scambiano il luogo pubblico come spazio per affermare la regola dell’universale-singolare che trasforma le intuizioni individuali esteporanee in visioni del mondo. Legittime, of course, ma molto lontane dalle mie corde. Non mi piacciono le boutade risolutive, il colpo di genio linguistico che si pasce della retorica spacciandola per fenomenologia.. Senza parlare della questione delle fonti, ostacolo irrisolto soprattutto da chi rompe le palle ai giornalisti professionisti.
Oltre alla voglia di scoprire limiti e possibilità di dialogo su temi sociali come quello del Lavoro è certamente anche questa malcelata disinformazione che mi spinge ad approntare l’esperimento di Humanitech. L’incipit di questo blog-tentativo è dovuto perciò a ragioni professionali, personali ma pubbliche. Mi spinge la curiosità di provare un mezzo (con tutti gli accrocchi del caso) per fare quello che ho sempre fatto, ma diversamente, per scrivere di Lavoro visto che di scrittura sul lavoro vivo e lavoro. E visto che conosco molto bene il mezzo.
A ogni modo, come ogni test di laboratorio, se non andrà a buon fine, verrà semplicemente interrotto. Non sono certo una persona che trova soddisfazione o si affeziona alla propria firma. Amo di più le notizie e il confronto. E magari, la formula migliore è un’altra.




























