Knowledge worker e nomadismo

Ancora un bel pezzo di Roberto Venturini dal titolo “Ufficio virtuale, problemi reali” su Apogeonline che affronta a viso aperto la questione del lavoro destrutturato e di quelli che io chiamo i lavoratori “della conoscenza” e che lui definisce anche “senza fissa dimora”. Un gran bell’articolo a mio giudizio, che si allinea perfettamente a quelle che sono anche le mie osservazioni messe a fuoco negli ultimi anni e che mi hanno portato a produrre un testo come Liberi Professionisti Digitali, pensato esclusivamente per chi non ha un ufficio reale, non ha un contratto fisso (e un solo cliente) di lavoro, ma un potenziale enorme in termini di know-how e capacità di costruirsi una posizione autonoma e supportata dagli strumenti tecnologici.

A parte la soluzione che Venturini suggerisce nel finale e che ha a che fare con la riconquista di uno spazio privato di lavoro [in Italia, soluzioni analoghe sono quasi impossibili da trovare] ci sono un po’ di spunti che mi piacerebbe aggiungere/sovrapporre alla riflessione dell’autore:

1) lavorare “da casa” si può, è una mia certezza e una realtà che si può costruire con il tempo (facilmente, direi) e che consente soluzioni più che dignitose. Bisogna dirlo e ribadirlo, perché di “nomadismo” si può anche vivere. In un mondo interconnesso come il nostro, in cui hai a disposizione PC, telefono, cellulare, posta elettronica, smartphone,connessioni wireless e dati via telefono, telefonia over IP, instant messenger e altre diavolerie di ogni tipo, non è forse un vantaggio poter ricevere comunicazioni da diversi committenti contemporaneamente, ma anche spegnere le luci del circo quando lo desideri invece di sopportare fisicamente la vista di un capo sgradevole e spesso anche idiota? Io rispetto al passato, al mio capo idiota, ringrazio ogni benedetto inventore di nuove tecnologie..

2) le distrazioni, la concentrazione.. beh anche questo è risolvibile, suvvia. Ricordo che quando lavoravo in una redazione di un giornale online eravamo in 14 in una stanza con una postazione sola per le agenzie di stampa (le botte che non ci davamo!) con 4 televisori accesi, tutti costantemente al telefono e un picchiettare incredibile di lettere sulle tastiere. A questo preferisco enormemente il pianto di mia figlia, le interruzioni fatte di ciucci da sterilizzare o pappe da preparare.. Certo ci sono anche svantaggi nell’assenza di team-working anche se non è vero che manchi totalmente (è solo più raro, nella declinazione fisica-reale), ma anche in questo caso preferisco il “solipsismo telematico” alla deriva del cosiddetto “lifelong-meeting” di certe multinazionali..

3) sulla questione figli da sfamare… c’è una storia curiosa che vorrei citare. Tempo fa condivisi con altri due (bravi) giornalisti e un grafico una bella esperienza editoriale nel fare un periodico. Vita di redazione, contratto ecc. tutto regolare insomma. Col tempo alcuni di noi sono stati espulsi dall’editore, altri volontariamente hanno abbandonato l’ovile [..]. Oggi tutti e quattro abbiamo una buona posizione di lavoro autonomo e abbiamo messo al mondo dei figli (tutti nello stesso anno, poi.. non è certo un caso, ma una naturale conseguenza di una stabilità economica raggiunta). Nessuno di noi rimpiange il passato o la “fabbrichetta del Sciur Brambilla” con l’immancabile stuolo dei suoi tirapiedi. Nessuno;

4) quanto all’essere “atipici” anche in questo caso c’è una piccola precisazione che amo fare. Atipico non è sinonimo di precario. Ficcatevelo in testa. Questa è la difficile e sottile distinzione che occorre far capire, per esempio, ai nostri genitori [ma non solo] che vedono il lavoro da casa come se si trattasse di televendite di materassi (con tutto il rispetto). La atipicità è relativa al tipo di inquadramento e alla logistica generale di un lavoro, ma non alla sostanza del mestiere che si svolge e alla capacità di produrre reddito. Oggi i miei genitori l’hanno capito e sono loro grato, ma l’hanno compreso soprattutto vedendo lo sproposito di tasse che pago. “Non può essere disoccupato o sottoccupato un figlio così tartassato dallo Stato” o “Beh, potrebbe anche lavorare meno questo benedetto figliolo, sempre attaccato al PC..” [che poi sono due facce della stessa medaglia], pensano senza dirlo.. Più che alla generazione precedente io invece sono preoccupato per le tutele sociali previste per lavoratori come noi, assimilati ai parasubordinati, tassati come autonomi, considerati nelle riforme del lavoro e della previdenza come figli di nessuno;

5) questa generazione di lavoratori nomadi e “della conoscenza” hanno anche un enorme compito da svolgere e che consiste nel contrastare le formule di precariato che le imprese cercano di imporre loro.. Su questo tema certamente tornerò con più calma, ma mi piace/preme ricordare che il lavoro autonomo ha sue regole, una sua precisa e codificata struttura. Il tentativo di ingabbiare l’autonomia in forme di lavoro che – nella sostanza – riportano alla subordinazione, adottando contratti di lavoro autonomo, è la vera e reale sfida da affrontare per contrastare il precariato.. In questo momento storico (tralasciamo per un momento la subordinazione a termine) sono convinto che siano più i lavoratori autonomi a dover acquisire una coscienza dei propri diritti che le imprese a fare marcia indietro nei loro giochetti sulla falsa subordinazione.. Chi fa impresa cerca sempre e in ogni modo di pagare meno il costo del lavoro: è una questione connaturata al profitto. La falsa subordinazione è in questi ultimi decenni soltanto uno dei migliori escamotage dopo il lavoro nero. Ma è nella riconquista dello spazio dell’autonomia che si rimettono le carte in gioco. La tecnologia (lo so, è un mio pallino..) in questo può aiutare e ben vengano dunque il lavoro “da casa” e il nomadismo, i lavori a progetto autogestiti, i co.co.co. reali senza orari, se questi svincolano da una vecchia comprensione del tempo di lavoro oppure dall’ufficio, ovvero da elementi (che non sono certo gli unici) con cui gli imprenditori “del Pleistocene” guardano ancora al lavoro e alla sua organizzazione.

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